L’aureola dei Borbone e gli inginocchiatoi. La perenne questione meridionale

Si torna, ancora una volta, a parlare di “questione meridionale”. Specie ora che il governo Draghi sembra avere una palese “vocazione” nordista o che, in ogni caso, almeno dalle linee programmatiche tracciate, evidenzia scarsa attenzione per il sud del Paese. Eppure, fu un giornalista e avvocato lombardo,

Antonio Billia, esponente della sinistra radicale della seconda metà dell’Ottocento e che era stato anche deputato del Regno d’Italia, a coniare il termine “questione meridionale” per definire la drammatica situazione, anche dopo l’unificazione, nella quale versavano l’economia e la società del sud rispetto al resto del Paese. Le problematiche sviscerate da Billia, convinto e illuminato assertore di un’unità non solo geografica, ancorché le risultanze oggettive della rivoluzione industriale fossero tardive all’epoca anche nella sua Lombardia (ancora prevalentemente caratterizzata dall’agricoltura), divennero in seguito elementi di valutazione politica ed economica e lo sono tuttora.

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Feltri e la retorica meridionalista che fa male al mezzogiorno

di Paolo Palma

Meridionali inferiori. Vittorio Feltri ne ha sparata un’altra delle sue, in combutta televisiva con un giornalista ipocrita che ha fatto finta di prendere le distanze dal “direttore”. È giusto che ora se la vedano con

gli organi di giustizia interna dell’Ordine dei Giornalisti e anche con la magistratura italiana che numerosi cittadini hanno adito ipotizzando l’istigazione all’odio razziale. Non so dire se il Feltri abbia commesso un reato, ma se venisse sanzionato insieme al suo manutengolo non mi dispiacerebbe: come cittadino italiano, come calabrese e come giornalista.A pensarci bene però le parole di Feltri non sono soltanto odiose. Sono soprattutto dannose; stanno facendo emergere infatti una retorica meridionalistica senza né capo né coda.

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