Raffaele Cutolo: il silenzio e la memoria. Quando Pertini riuscì a ridimensionare il suo potere

Era dovuto intervenire direttamente il presidente della Repubblica Sandro Pertini perché il potere, enorme, accumulato  negli anni da Raffaele Cutolo subisse un colpo. Duro, durissimo, forse decisivo. Siamo nei primi anni 80 del secolo scorso, quando  viene alla luce la trattativa tra pezzi delle istituzioni ( la D.C. in primis nonostante tutte le smentite ufficiali),

apparati dello Stato, rappresentanti politici e il capo della camorra organizzata per ottenere la liberazione di Ciro Cirillo, assessore regionale della Campania, stretto collaboratore dell’allora potente uomo di governo Antonio Gava. Si calcola che 21 persone abbiano partecipato a quella oscura trattativa. Tutti deceduti. Raffaele Cutolo, che si è spento l’altro giorno nel centro clinico del carcere di Parma, era l’ultimo. L’unico a conoscenza di tutte le trame, dei contatti, delle trattative. Chissà se ha lasciato un memoriale, certo ha sempre minacciato di parlare ma non lo ha mai fatto. Neanche quando dal suo “regno” di Ascoli Piceno fu trasferito, su precisa richiesta del presidente Pertini, all’Asinara. Il suo “regno”, ovvero la cella – munita

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