Enrico Letta e Matteo Renzi nemici come prima. E sempre democristiani nella mente e nel sangue

Era il 17 gennaio 2014 quando Matteo Renzi, che allora stava sulla cresta dell’onda, disse a Letta: “Enrico, stai sereno” in modalità  hashtag. Dopo sette anni i due si sono incontrati nella sede dell’Arel per quaranta minuti. Non è stato come l’incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano.

Anche perché mancavano i cavalli. Ma un po’ di curiosità c’è stato. Il concavo che incontra il convesso a ruoli invertiti fa teatro. Ciò è potuto accadere perché in politica se uno non ha il pelo sullo stomaco è inutile che si mette. La condizione essenziale è che uno dei due, meglio se entrambi, abbiano una faccia di bronzo. C’è, tuttavia, un altro elemento che ha reso possibile l’incontro. Ovvero, i protagonisti sono rimasti democristiani nella mente e nel sangue. Ma non è un’accezione negativa. Tutt’altro. Rende possibile ogni spiegazione. Un rapporto interpersonale che non sarebbe successo nella riva gauche, dove si coltivano rancori secolari. Tanto per dire: Fausto Bertinotti non si sarebbe mai incontrato di nuovo con Armando Cossutta. Insomma, il pisano è una spugna spessa, il fiorentino è come un materassino da boy scout.

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Il bacio della morte di Fausto Bertinotti a Nicola Zingaretti

Nicola Zingaretti ha ragione ma anche, per dirla con Veltroni, torto. Ha ragione perché con le sue dimissioni isteriche ha smascherato i farisei che da settimane lo tenevano sulla graticola. Ha torto perché ha dimostrato di non avere idee,

quantunque  nella politica di questa epoca nessuno si regge in piedi da solo. Si vedono e si sentono in giro tante prefiche. Tanti appelli all’unità. Tante sirene, tanto di tutto e tanto di niente. L’assemblea nazionale del Pd, che potrebbe essere riparatrice o catartica, oppure una semplice perdita di tempo, si terrà il 13 e 14 marzo. Con quale l’esito? Molto dipenderà da cosa si sono detti Lorenzo Guerini e Dario Franceschini, le due anime cattoliche dei dem. Federica Fantozzi su Huffpost ha osservato: «Tra i primi a essere spiazzato dallo strappo di Nicola Zingaretti c’è il ministro della Cultura

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Pd. Un partito new generation per Enrico Letta, ulivista per necessità e convinzione

Il movimento politico che raccoglie più antipatia e sfiducia, dentro e fuori di esso, è il Partito democratico. Al punto che tantissima gente crede che Matteo Renzi ne faccia ancora parte. È un odio quasi viscerale che esplose durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale.

Ancora oggi c’è gente che nei bar e nei supermercati commenta i fatti di Bibbiano. A quel tempo il Nazareno impiegò oltre un mese a reagire, quando i buoi erano scappati dalla stalla. Perché, ancora oggi, c’è in giro tanta acredine nei confronti dei dem? È strano perché il Pd è l’unico fatto politico serio, e mal riuscito, dal dopoguerra a oggi. È il solo partito che ha una parvenza democratica rispetto a un panorama di formazioni personali e icastici. Il Pd, suo malgrado, incarna lo spirito di un nuovo Cln proiettato nel futuro. Una diga contro la mimetizzazione della mentalità neofascista. E basterebbe questa solo connotazione per essere rispettato.

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Dalla Lega federalista a quella sovranista in nome di un Carroccio che nacque nel Sud

Uno degli ultimi sondaggi (Swg per il Tg La7) assegna alla Lega di Salvini il primo posto con il 23,1% delle preferenze, con uno 0,4% perso in una settimana. Il Pd è al secondo posto con il 18,3% (-0,5%). Terzo posto per Fratelli d’Italia, al 17,5% e che segna un +1,5% in una sola settimana.

Da notare che gli scostamenti tra Salvini e Meloni sono bilaterali e in continuo movimento, tanto da mettere in allarme i numeri al Senato. Un vivace via vai tra le forze politiche alleate che fa scrivere a LiberoQuotidiano.it: «Dopo il passaggio di Vincenzo Sofo, europarlamentare leghista doc che ha lasciato il Carroccio per approdare nei Conservatori e riformisti europei (l’eurogruppo a cui appartengono i Fratelli d’Italia). Ecco che potrebbe essere il turno di Ylenja Lucaselli. “Il Corriere della Sera” parla di un imminente addio della deputata a Fratelli d’Italia, questa volta a favore del partito di Matteo Salvini. A sua volta però Giorgia Meloni si prende la sua “vendetta”. Il leghista Gianluca Vinci, prima non ha votato la fiducia a Mario Draghi, poi ha annunciato di passare in FdI».

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Luigi Di Maio, un predestinato oltre ogni ragionevole dubbio

L’onorevole Luigi Di Maio alterna momenti di sobrietà a momenti di estemporaneità. Di questi ultimi c’è traccia nella sconfinata aneddotica grillina. Il parlamentare di Pomigliano

d’Arco, il 27 maggio 2018, disse serioso:  «Occorre l’impeachment a Mattarella per evitare reazioni della popolazione. Poi si torna al voto». Fu subito perdonato perché non conosceva il significato della parola “impeachment”. Il 28 settembre dello stesso anno s’affacciò dal balcone di Palazzo Chigi, non da piazza Venezia, per annunciare, urbi et orbi, che: «Abbiamo abolito la povertà». Nei giorni scorsi è stato ricordato che in una vecchia

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Fiducia a Conte. Le “allegre comari di Windsor” nella crisi al Senato

Nella seduta del 19 gennaio scorso al Senato i protagonisti assoluti della giornata, sotto tutti i punti di vista, non sono stati né Conte, né Renzi, né Salvini e neppure altri maschietti, ma le donne, brillanti autrici di performanti  azioni.

Iniziamo con la radicale storica, Emma Bonino, che ha votato contro il governo affermando: «Ci serve in questi tempi un governo forte e responsabile, il suo non lo era prima e a maggior ragione non lo sarà domani. Non difendo Renzi, che egocentrico come è non apprezzerebbe comunque, ma queste questioni erano aperte da ben prima dello strappo di cui tanto vi siete stupiti». 

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Assalto al Congresso Usa, l’informazione alla camomilla del Tg2 svegliata, poi, dalla realtà

Come tanti la sera dell’Epifania ho visto la diretta dell’assalto al Capitol Hill. L’ho seguita su una rete che non vedo mai, il Tg2, che mi dicono sia a trazione leghista. All’inizio, per quanto la situazione apparisse grave, sembrava un normale servizio di informazione. C’era la

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Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno

di Bruno Gemelli

Il lockdown primaverile è stato differente da quello autunnale. Almeno per me. Tutto iniziò il 5 marzo e durò due mesi pieni nei quali il Sud guardò, disciplinato, con sufficienza la

Bergamasca. La pandemia ci colse di sorpresa e tante settimane dovemmo sorbirci tal Giulio Gallera che pontificava da Milano. Io ebbi difficoltà, almeno per i primi quindici giorni a trovare l’occorrente. Cioè, mascherine, che supplivo con le mie improbabili pashmine, gel, guanti. Con il caldo s’allentarono le prudenze con quello che conseguì. Il Sud, nel frattempo, raggiunse il Nord in

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Usa 2020. Kamala Harris sospesa tra presente e futuro. Per ora ci basta il suo sorriso

di Bruno Gemelli

Pietro Senaldi, direttore di “Libero”, senza citarla mai per nome e cognome ha insistito qualche giorno fa nel chiamarla mulatta, ma anche meticcia,

“We did it Joe”

ovviamente in senso dispregiativo. Invece lo scrittore statunitense, David Leavit, l’ha definito fantastica. Insomma, Kamala Harris, vice di Joe Biden, comunque la si voglia pensare, è stata la vera star delle elezioni Usa. La sua figura, dentro il presente, si proietta soprattutto nel futuro. Verrebbe da dire, una seconda Michelle Obama, personalità prorompente,

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