Gli incidenti mortali sul lavoro nel primo trimestre 2021 sono aumentati dell’ 11,4%. Nessuno può ragionevolmente negare che si tratti di una carneficina, di una strage, dovuta ad un “ modello economico”,  direttamente collegata ad una  ripresa produttiva nei cui processi organizzativi il lavoro umano e le condizioni di  prevenzione e tutela vengono considerati costi da risparmiare, da ridurre, da trasformare in profitto.

Non è una fatalità dunque, non sono incidenti soltanto. E non riguardano specifici settori o territori.  Si muore in tutto il Paese; si muore nei cantieri, nei campi, negli opifici, nelle fabbriche, nella logistica, nei servizi. Si muore a tutte l’età come è accaduto poco tempo   fa  a Prato alla giovanissima lavoratrice Luana D’Orazio stritolata da una macchina in un’azienda tessile. Una morte che ha scosso le coscienze, cosi come  la strage di Gubbio del 7 Maggio scorso o  i 6 morti tra cui un operaio edile di 67 anni il 3 giugno scorso, dal Piemonte alla Calabria.  Una tremenda teoria di morti, che comunque ancora non ha avuto una risposta adeguata, anzi, in termini di investimenti, politiche, cogenza delle regole per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sembra che la vita umana non conti, che l’unico fine del lavoro debba essere il profitto per pochi  e che le morti possano essere derubricate a “ effetti collaterali”. Tutto questo non è tollerabile e le iniziative, le mobilitazioni che le organizzazioni sindacali hanno messo in campo il 28 Maggio scorso per sensibilizzare il Governo   ed il sistema imprenditoriale, devono continuare, diventare pressanti, generalizzate. Mentre il dibattito politico e sociale è tutto concentrato sul “valore finanziario “ del PNRR, sull’accelerazione degli investimenti per garantire la ripresa, con associazioni di rappresentanza datoriali che continuano a rivendicare flessibilità, adattabilità, lamentando la difficoltà a trovare lavoratori disposti a lavorare “ alle loro regole”,   addirittura  rischia di passare in secondo piano o di essere considerata troppo “vincolante” l’attenzione alle clausole sociali, di tutela del lavoro, di controllo sugli appalti, di contrasto alla precarietà ed allo sfruttamento. Bisogna rivendicarlo con forza: tutti gli investimenti pubblici e privati  devono  basarsi sul rispetto e la promozione della prevenzione, sulla cultura della sicurezza, sulla formazione e informazione adeguata, sui controlli e sulle sanzioni difronte alle conclamate responsabilità.  Col PNRR, qualsiasi azienda pubblica o privata beneficerà di incentivi o sostegni deve essere vincolata non solo a garantire incrementi netti di occupazione, specialmente giovanile e /o femminile, nel pieno rispetto dei ccnl, ma al rispetto ed alla piena applicazione delle norme sulla prevenzione e sicurezza.  Per questo motivo vanno  rafforzati gli organici dei servizi pubblici di controllo, medici del lavoro, ispettori sociali. Il lavoro, il rispetto del valore del lavoro,  deve ritornare ad  essere la priorità delle politiche pubbliche. Le morti sul lavoro, le stragi degli innocenti, non sono una casualità. Sono determinati dalla  sbornia neoliberista che ha messo al centro solo il profitto e mercificato perfino la vita. Ecco perchè non basta, piangere i lutti. Non basta versare lacrime di coccodrillo, serve cambiare approccio, Serve che lo Stato  democratico non sia resiliente soltanto ma si impegni a riscoprire ed ad attuare il dettato costituzionale.  Le persone non vivono per lavorare, ma lavorano per vivere. Ed il lavoro in sicurezza, nella massima tutela  ed efficacia di tutte le misure di prevenzione è il segno più tangibile della civiltà del nostro Paese. Oggi questa civiltà è fortemente sacrificata, per l’interesse di pochi e lo sfruttamento di molti.

Massimo Covello