Matteo Renzi alle europee del 2014 portò il Pd al 40,81 conquistando 31 seggi (più 10). Un boom. Oggi il consenso dei dem è stato praticamente dimezzato e ora sembra in caduta libera.

Come riuscì il fiorentino a ottenere quel risultato? Con quattro mosse. 1) Con la parola “rottamazione” si fece ascoltare dal pubblico italiano, attirando curiosità e desideri purificatori. 2) Con le riunioni alla Leopolda dove costruì i contenuti. 3) Con l’ingresso del Pd nel Pse (27/2/2014) dove sorprese e ammutolì la sinistra post Pci-Pds-Ds che non era riuscita a fare altrettanto con D’Alema. 4) Con il lancio dell’elezione di Mattarella (31 gennaio 2015) che beffò Berlusconi, guadagnando altro credito a sinistra.

E poi? Come sempre accade nella vita, chi troppo vuole nulla stringe. L’arroganza di Renzi prese il sopravvento. Infatti il referendum costituzionale del 4 dicembre  2016 fu per lui l’inizio della fine. Una Caporetto, cui seguirono altre sconfitte e la perdita della leadership. Oggi il senatore di Rignano sembra virare a destra. E in Calabria se ne colgono i primi segnali con i locali rappresentanti che civettano sotto banco con la Lega.

La Calabria è, appunto, il paradigma delle difficoltà del Pd. Un partito  che, a tratti, sembra feudale, miope, rissoso, autolesionista e che, da almeno due lustri, perde sistematicamente ogni elezione. In Calabria non tiene un congresso dai tempi di Garibaldi. Vive di commissari che sono, a un tempo, ascari e coloni. Prima Nicola Zingaretti, risultato inadeguato a tale compito, diede credito all’imprenditore Callipo. Oggi Enrico Letta è costretto a dare confidenza ai neo grillini che sono rimasti con un pugno di mosche in mano.

Il paradosso è che il Pd, nonostante tutto, è la sola forza politica italiana ad aver un minino di regole, un briciolo di democrazia, al contrario dei suoi avversari che sono entità padronali, populiste e sovraniste, ereditate, velleitarie, sconclusionate e persino fasciste.

Ora al Pd mancano, nelle leve di comando, figure fondanti come Romano Prodi, Arturo Parisi, Walter Veltroni, Pierluigi Bersani, Franco Marini, Guglielmo Epifani.

Bruno Gemelli