“Voi magari ve credete che stamo ancora qui a giudica’ Giordano Bruno, ma quando cambiano i tempi – ottimi padri – cambia il modo di vedere le cose e cambia anche la morale sulla quale si fonda la legge…”.
“La nostra legge non cambia, deriva direttamente dal Vangelo”.
“Vabbè…”.

L’arringa di fronte al tribunale pontificio di monsignor Colombo da Priverno (interpretato da Nino Manfredi) nel vano tentativo di salvare la vita ai patrioti Monti e Tognetti – gli ultimi condannati a morte da parte di un papa nel 1868, al crepuscolo del potere temporale – è uno dei momenti più intensi de “In nome del Papa Re” (1977), il secondo atto della trilogia dedicata alla Roma ottocentesca da Luigi Magni. Gli altri due atti, “Nell’anno del Signore” (1969) e “In nome del popolo sovrano” (1990) sono dedicati rispettivamente all’esecuzione capitale di due carbonari, Targhini e Montanari, nella Roma dell’anno giubilare 1825 e all’eroica difesa della Repubblica Romana del 1849 contro le soverchianti truppe francesi, sbarcate sulle coste laziali per riportare sul trono Pio IX, il cui potere temporale era stato abolito di fatto e di diritto dalla neonata repubblica, guidata politicamente da Mazzini e difesa sul campo di battaglia da Garibaldi. Fabrizio Natalini, docente all’Università di Tor Vergata, racconta il rapporto tra “Luigi Magni e Roma”, tra cinema, storia e cultura popolare, in un breve e appassionato saggio pubblicato da Edilazio.

IL. SAGGIO. Del regista di origini ciociare, nato a via Giulia, nel cuore della Capitale, e cresciuto a Campo de’ Fiori, fra le “vignarole” dei banchi del mercato e all’ombra della statua di Bruno, viene ripercorso il rapporto – privato e professionale – con la moglie Lucia Mirisola (quasi sessanta anni di vita comune e la collaborazione in tutti i film da lui diretti, in qualità di costumista e scenografa) e con l’attore feticcio Nino Manfredi, ciociaro come il Maestro (che, non va dimenticato, è autore del soggetto di Rugantino, il maggiore successo del nostro teatro musicale). Nel saggio si ricostruisce la genesi dei suoi capolavori e delle sue opere minori, con un occhio particolare alle location romane, luoghi dell’anima prima che storici e reali. Al centro del libro di Natalini è proprio il rapporto di Magni con la città, di cui è stato un “narratore appassionato e colto” attento a coglierne “il suo spirito profondo e il suo grande passato”.

MAGNI E ROMA. “A papa Gregorio je volevo bene, perché me dava er gusto de potenne dì male” è l’appunto di Giuseppe Gioacchino Belli che – secondo Natalini – rende l’idea del tipo di rapporto che Magni aveva con la città dove era nato e cresciuto: quello di amore e odio che il poeta aveva con Gregorio XVI, infatti, “non è molto diverso dall’affetto critico che il regista nutriva per Roma, città nobile e plebea, madre matrigna che allatta e stritola i suoi viziati figli, talmente cresciuti nella cultura, oggi si direbbe nella ‘Grande bellezza’, da non essere più capaci di vederla, di capirne l’importanza”. Nel raccontare il cammino non lineare che va dalla sceneggiatura al film de “Nell’anno del Signore”, con un cast stellare che oltre a Manfredi vede Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Claudia Cardinale ed Enrico Maria Salerno, il saggio di Natalini riporta in luce lo studio del regista sulla lingua, la cultura e la storia romane: “Il suo riferimento principe è Giuseppe Gioachino Belli, i cui Sonetti rilegge e cita, alla ricerca di una lingua romana ottocentesca. Ma a questo aggiunge altro: le Pasquinate, gli editti papali, i ricordi, veri o falsi, di Mastro Titta, il boia che eseguì la sentenza indossando il suo mantello rosso, i tanti libelli sull’esecuzione dei due carbonari, l’opera di Zanazzo e Pascarella, le canzoni politiche ottocentesche, come il Canto dei coscritti che Montanari canta nella cella di Castel Sant’Angelo”.

LA LAICITA‘. Ma con il cinema di Gigi Magni non si riscopre solo una Roma – tra mito e realtà storica – che non c’è più (tra le sue fonti iconografiche, tra le altre, le illustrazioni di Giuseppe Vasi, di Bartolomeo Pinelli e del francese Antoine-Jean-Baptiste Thomas). Nella cultura italiana della seconda metà del Novecento, infatti, Magni è stato forse il più grande cantore sul grande schermo della tradizione risorgimentale e laica, radici alquanto dimenticate nelle egemoni culture politiche di matrice cattolica e comunista della nostra storia repubblicana. Non si tratta di anticlericalismo, accusa più volte rivoltagli, ma come dice lo stesso regista in riferimento al film del 1969 di un “ammonimento contro ogni forma di autoritarismo. Una scanzonata storia con motivi drammatici sulle difficoltà di vivere sotto il potere assoluto”. Sulla scorta anche di questi ultimi tre anni ricchi di anniversari – dal 170esimo della Repubblica Romana, passando per il 160esimo dell’Unità d’Italia fino al 150esimo della Breccia di Porta Pia e di Roma Capitale – il cinema di Luigi Magni (che per la sceneggiatura de “In nome del popolo sovrano” si è avvalso ad esempio dello storico Arrigo Petacco) restituisce la portata storica e ideale di un Risorgimento privo di pregiudizi e ipoteche ideologiche successive, non soffocato tra etichette di protofascismo e deliri neoborbonici: un Risorgimento la cui anima popolare e democratica è stata spesso misconosciuta negli ultimi decenni e che invece nei film di Magni viene alla luce con forza, senza retorica. Come emerge allo stesso tempo, dalla traccia intellettuale lasciata dalla sua opera, il valore della laicità dello Stato – e più in generale dello spazio pubblico – la cui debolezza attualmente fa risultare il dibattito politico spesso inquinato, specie sui temi etici e sui diritti civili, nonché in merito alle inevitabili criticità legate al governo di una società multietnica.

CICERUACCHIO. Ci manca oggi – verrebbe da dire inoltre – quella tensione etica e civile che si respira nel discorso di Ciceruacchio, capopopolo romano realmente esistito, interpretato da Manfredi ne “In nome del popolo sovrano”. Angelo Brunetti, questo il suo vero nome, di professione carrettiere, partecipa in prima persona alla difesa della Repubblica Romana del 1849, esperienza politica che ha dato alla luce tra l’altro una meravigliosa Costituzione, in vigore un solo giorno ma che è stata un punto di riferimento per i nostri costituenti. Una volta che la città cessa di continuare una resistenza ritenuta impossibile, Ciceruacchio segue Garibaldi nel tentativo di raggiungere Venezia, che tenacemente respinge l’offensiva austriaca tenendo ancora viva la “primavera dei popoli” del 1848-49. Insieme ai figli Luigi e Lorenzo, quest’ultimo di appena 13 anni, Angelo Brunetti viene fucilato dagli austriaci a Ca’ Tiepolo, nei pressi di Rovigo, il 10 agosto 1849.

Questo il discorso finale di Ciceruacchio ai suoi esecutori, immaginato nel film di Magni e recitato da Manfredi:
“Dice: come te chiami?
Angelo Brunetti, eccellenza, detto Ciceruacchio, gonfaloniere de Campo Marzio e de professione carettiere, se sente da come parlo.
Dice: allora perché te sei ‘mpicciato de cose che nun te riguardano?
Dico: perché io so’ carettiere, ma a tempo perso so’ omo, e l’omo se ‘mpiccia, eccellenza.
Difatti vie’ Garibardi e dice: ‘Famo l’Italia’, e io che fo? nun me ‘mpiccio?
Io so’ romano, eccellenza, ma a tempo perso so’ italiano, è corpa?
Dice: sì
Ah, mo’ è corpa esse italiano?
No, dice lui, è corpa perché tu hai difeso l’anarchia e la rivoluzione.
Ma nossignore eccellenza, io ho difeso Roma, er paese mio e lei ce lo sa mejo de me. Ma come? I Francesi me pijano a cannonate e io nun me ‘mpiccio? nun me riguarda?
Insomma, eccellenza, se annamo a strigne, ch’avemo fatto de male? ‘sta creatura manco a dillo, ma io? Io ch’ho fatto? Ho voluto bene a Roma, embè? e da quanno in qua l’amor de patria è diventato un delitto?
Però se nella legge vostra è un delitto vole’ bene ar paese propio, allora io so’ corpevole, anzi so’ reo confesso, e m’offennerebbe pure se me rimannaste assorto, percui, eccellenza, spero che lei se sia persuasa, e così voi che me sembrate… oooh, ma me state a senti’? No, dicevo, spero che pure voi ve sete appersuasi…”.
“Achtung!”.
“Ma che fate… no! er ragazzino no!”.

Roberto Caruso