Giorni fa mi trovavo in coda alla cassa di un supermercato che non frequento abitualmente. Mi sono imbattuta, testimone involontaria, in una conversazione tra cassiere. Mi sono guardata bene dall’intervenire. Prima di tutto perché ero solo una cliente di passaggio. In secondo luogo perché mi sentivo molto parte in causa. Si parlava infatti di scuola e dell’ostinazione, da parte degli insegnanti (hai visto mai?), di chiedere agli studenti di studiare (nientemeno!) e di sottoporsi periodicamente alla verifica di competenze e conoscenze.

Un’ostinazione inveterata, e inaccettabile a loro dire, soprattutto in tempo di pandemia. Un’abitudine ingiusta che avrebbe l’effetto di accentuare il disagio di tanti adolescenti già frustrati e sacrificati dalle ristrettezze imposte dal Covid. “Cose da pazzi! Come si fa? Non puoi pretendere verifiche a raffica nei giorni di rientro, dopo settimane e settimane di Dad!” afferma la prima. “Mio figlio è stato tutta sera sui libri perché oggi aveva matematica e inglese. Non sono mica delle macchine. E poi ‘sti professori… gli chiedono mai se soffrono, come stanno, cosa passa nella loro mente di ragazzi soli e sacrificati? Sono attenti al loro disagio? Ecchecavolo, non sono mica delle macchine!” risponde l’altra, arrabbiata, ma rassicurata dal punto di vista dell’altra che coincide, grazie al cielo, con il suo. E aggiunge: “Non ho capito perché mai devono fare le verifiche in presenza. Non possono farle in DAD? Eh no, perché gli insegnanti non si fidano, e dicono che gli studenti copiano e si passano le informazioni via WhatsApp. Che mala fede!”.

Mi verrebbe da rispondere che a pensar male è peccato, ma spesso ci s’azzecca. Evito. Non voglio entrare in polemica. Sono anni che non rispondo alle provocazioni sulle leggende che circolano sugli insegnanti, sui loro privilegi vacanzieri, sui loro orari da lazzaroni e non ultime sull’ozio mascherato da DAD o sui vaccini concessi con un tempismo a dir di molti scandaloso. Si tratta solo di maldicenza, di ciarla vuota e di vulgata priva di cognizione? Può darsi, ma è sconfortante che in un momento di estrema difficoltà, la scuola, l’istituzione che, insieme alla famiglia, più tutela le giovani generazioni, debba subire un tale discredito. Un discredito che a volte è del tutto pretestuoso. Si è parlato di inquisizione, in occasione del gesto compiuto da una docente di Verona che qualche mese fa ha preteso che una studentessa si bendasse gli occhi durante un’interrogazione.

Il gesto di sicuro non è stato gradevole, ma qualcuno si è chiesto perché un’insegnante giunge a una soluzione così drastica? Lo sappiamo tutti o fingiamo di ignorare quanto ogni risposta, ogni quesito, ogni informazione, ogni traduzione di greco o parafrasi di poesia sia a portata di clic e quanto poco la maggior parte degli studenti sia disposta a rinunciare a una scorciatoia così appetitosa? Ma passi per gli studenti. Non è accettabile che legioni nutrite di genitori urlino allo scandalo di fronte alla richiesta, legittima e sacrosanta, da parte dei docenti, di serietà e lealtà nello svolgimento di una prova di verifica. Che sia scritta o orale poco importa. 

Ancora una volta la malafede e l’incomunicabilità di due mondi creano disagio. Il miope tentativo di trovare le vie più brevi per raggiungere risultati che si riveleranno fittizi produce attitudini sbagliate e socialmente dannose. Se diamo ai nostri studenti la percezione che tutto è reperibile in rete, che senso ha venire a scuola? Ma c’è di peggio. Un’istruzione confezionata sul web non produce solo somari. La scuola è per molti il luogo per eccellenza dove si apprendono modelli di comportamento sociale condivisi. Anche una scuola a distanza. Se tolleriamo l’inganno e l’astuzia, se accettiamo la formazione volatile e inconsistente offerta dalla rete, il rischio sarà che in un futuro neanche tanto lontano avremo prodotto un esercito di furbetti, di evasori e di rozzi saltafila. Che saranno convinti di essere più in gamba degli sfigati che rispettano le regole.

Annalisa Martino