Chi è avanti con gli anni ricorda che il Primo Maggio, la gente normale, le persone umili uscivano di casa col vestito buono per rispetto alla data ma anche a sé stessi. Era il giorno in cui si poteva mettere in vetrina la propria dignità con fierezza.

Nel tempo la ricorrenza è andata a perdersi, a smarrirsi, rimanendo in piedi un solo interrogativo. Cosa dobbiamo festeggiare? Il lavoro o che non c’è o che è sottopagato? Un alibi, per certi aspetti spontaneo, per schivare la condizione che si vive. E, tuttavia, le sigle sindacali, ancor’oggi, nonostante tutto,  si spendono per tenere in piedi il significato della festa. E l’unico appiglio di massa, pandemia permettendo, è rimasto il concertone di piazza San Giovanni, quasi una staffetta generazionale che tiene conto dei valori democratici. Insomma, da dove veniamo. E il concertismo è la modalità che rimane per mantenere viva la tradizione. È poco, ma ancora c’è.

Ogni anima sensibile, o semplicemente accorta, ha impresso nella memoria il proprio afflato. Tra chi non ha perso il contatto con la propria storia, c’è chi ricorda Portella della Ginestra, il piombo della mafia sui lavoratori inermi, e c’è chi ricorda che la festa nacque il 20 luglio 1889, a Parigi dove si teneva il congresso della Seconda Internazionale.

«Una grande manifestazione – si scrisse allora – sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare ad effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi».

E la scelta cadde sul 1° Maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima infatti, il 1° Maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. Il 1° Maggio 1886 cadeva di sabato, come oggi, allora giornata lavorativa, ma in dodicimila fabbriche degli Stati Uniti 400 mila lavoratori incrociarono le braccia. Nella sola Chicago scioperarono e parteciparono al grande corteo in 80 mila.  Ci sono chilometri di celluloide e migliaia di pagine che raccontano quelle vicende. Peccato che la pedagogia odierna è poco attenta a ricordarne le tappe di quelle conquiste che ancora non si sono concluse. Lo scrittore Paulo Coelho non si crogiolò: «Il lavoro è una manna quando ci aiuta a pensare a quello che stiamo facendo. Ma diventa una maledizione nel momento in cui la sua unica utilità consiste nell’evitare che riflettiamo sul senso della vita».

Bruno Gemelli