Nell’acquisire e correggere, in questi giorni, i lavori dei miei alunni ho constatato che emerge in loro una triste consapevolezza, mista ad un forte senso di frustrazione. I miei pensieri d’insegnante, nonché di madre, sono andati alla condizione dei giovanissimi ed al loro impegno civico mostrato in questi tristi

momenti, a differenza di quanto noi adulti ci sforziamo di trasmettere loro. Dunque, a questo punto della riflessione mi assale un senso di paura, pensando quanta poca stima e quanto poche speranze questi giovanissimi ripongano nel futuro che gli stiamo preparando. E’ troppo pesante accettare che il pensiero fondamentale dell’uomo oggi resta quello asettico di produrre maggiori quantità di ricchezza, di creare benessere estetico e a volte effimero, senza guardarsi intorno e pensare che qualche altro componente della stessa comunità possa vivere in condizioni sociali ed economiche irreversibili. L’esempio di Greta Thunberg, da un lato, che dona migliaia di euro affinché possano iniziare i vaccini in Africa e quello della Von der Leyen, dall’altro, che invece

difende la proprietà intellettuale non mostrando sensibilità all’esigenza di perequare la causa, di consentire quindi una maggiore produzione dei vaccini a favore dei paesi africani, è lo specchio di questa dura deriva. La presunzione dell’uomo di governare il mondo dal trono dell’arroganza, che finora non l’ha spinto a sostenere i più poveri, considerandoli un pericolo, innesca nei miei pensieri un senso d’impotenza e un forte dubbio: come potranno i nostri figli contribuire al miglioramento delle condizioni senza insegnamento? La fame, gli atavici conflitti internazionali richiedono ingenti investimenti in individui sensibili e ricerca scientifica. Ma fin quanto la nostra vita, anche in un momento storico in cui la pandemia mette a repentaglio la vita di migliaia di persone, sarà governata da ferree logiche capitalistiche espressione di un egocentrismo feroce, un individualismo sadico, nessun cambiamento sostenibile potrà segnare un decisivo passo.

La Natura si è ribellata all’uomo. Un corrispettivo da pagare per tanto cinico opportunismo, forse le numerose vittime sanitarie, sociali e psicologiche che questa spaventosa pandemia ha prodotto. Il prezzo della superficialità umana è stato troppo alto ma speriamo adeguato per generare finalmente un’inversione di marcia. Infatti da poco più di un anno la Natura sta dimostrando quanto piccolo sia l’uomo senza l’uomo. Tutti gli individui, soprattutto quelli appartenenti al mondo occidentale, ricco e sviluppato, erano fiduciosi, fino a poco più di un anno sul progresso scientifico, certi che proprio l’onnipotenza delle scienze moderne, nonché della medicina e dei sistemi sanitari, nel tempo adeguati ai redditi individuali, li avrebbero protetti da sciagure, calamità, catastrofi, miseria, epidemie e pandemie e da tutto ciò che queste avrebbero potuto comportare. Sono rimasti profondamente delusi. Mai come in questo momento la Natura ha dimostrato che al mondo non ci sono confini, che i suoi elementi, le sue componenti non brancolano tumultuosamente in un perimetro scandito e ben delineato ma che vanno gestite attraverso l’osservanza e il rispetto di parametri fissati da cooperazioni internazionali. Mi sento di ricordare una toccante poesia di un maestro del cinema che è stato il principe De Curtis, in arte Totò, dal titolo «’A livella».

E’ da poco trascorso l’Earth Day. Il 22 aprile si è celebrata la 51ma Giornata Mondiale della Terra, istituita nel 1969 dalle Nazioni Unite per celebrare l’ambiente e la salvaguardia del pianeta. Un evento di grande richiamo internazionale questo, proprio perché nasce dalla necessità di sviluppare una maggiore riflessione e una maggiore considerazione verso l’ambiente, per strutturare una vera e propria “responsabilità dell’etica” funzionale alla sostenibilità di uno sviluppo non solo economico e per pochi, ma, soprattutto, sociale ed ambientale in grado di tramutarsi in una vera e propria “innovazione sociale”. Molti ragazzi della mia scuola, l’Istituto Comprensivo “Gregorio Caloprese” di Scalea (Cosenza), si sono confrontati su importanti tematiche: un futuro disciplinato da regole più attente agli equilibri degli ecosistemi, libero dall’energia da combustibili fossili, in favore di fonti rinnovabili, attento ai cambiamenti climatici, allo sviluppo di una “green economy”, a un sistema educativo ispirato alle tematiche ambientali.

E’ necessario puntare meticolosamente su un modello di sviluppo sostenibile senza più false retoriche, su un paradigma che seriamente «soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri» e non solo sul piano ambientale, ma anche e soprattutto su quello sociale e culturale. L’uomo deve stipulare delle nuove alleanze che tengano conto delle interdipendenze di tutti gli elementi che compongono i sistemi, annullare gli egocentrismi che lo hanno condotto e al più estremo isolamento, violentare l’individualismo che delinea semplicemente il conflitto delle parti, incentivare e supportare il policentrismo territoriale in tutti i comparti (l’ambiente, la formazione, l’economia, la tecnologia, il welfare, la politica). Prendere dei provvedimenti per far sì che il potere e la crescita economica delle nazioni non siano più scollati dalle politiche a favore del welfare, o in contrapposizione alla tutela ambientale. E’ auspicabile che le azioni e gli interventi delle agenzie educative che formeranno i futuri cittadini, puntino nel comprendere l’importanza dell’interdipendenza sistemica globale, e che tutti gli interventi educativi tengano conto di questi equilibri. 

Per garantire la “sostenibilità dello sviluppo” occorre pensare ad una rivoluzione cognitiva che parta dagli alunni delle scuole, di ogni ordine e grado e non solo nella singola giornata celebrativa; occorre pensare una serie di condotte, strategie, iniziative e provvedimenti normativi per tutelare le generazioni future, permettendo loro di avere le nostre stesse possibilità. Questo significa tutelare l’ambiente da azioni e omissioni che possano danneggiarlo spesso anche in modo irrimediabile, evitando di sfruttare, anche se in parte, le sue risorse senza che queste possano essere marginalmente riprodotte. 

La crisi attuale deve, però, configurarsi come una grossa opportunità. La pandemia ha messo in evidenza i limiti del nostro pianeta, sia dei paesi in via di sviluppo che per quelli emergenti e industrializzati, ha evidenziato come la cattiva gestione della politica delle cooperazioni internazionali fosse fortemente scollata dalla realtà.  Ha messo in risalto i limiti delle azioni in favore dell’ambiente, della cultura, della spasmodica e irrefrenabile crescita del progresso che ha provocato danni, sotto ogni aspetto: ecologico, economico-sociale, psicologico, educativo, comunicativo, valoriale e formativo.

Ecco, questo è quanto le mie sensazioni hanno suscitato lasciandomi un forte dilemma, che spero non si tramuti in consapevolezza o, peggio, in una resa: il governo Draghi si prepara a presentare all’Unione Europea un piano Nazionale di Ripresa e Resilienza non ascoltando la giovane voce di chi sarà il vero destinatario ma affidandosi ad una società di consulenza internazionale. Ma i protagonisti del futuro, nel bene e nel male, meritano di essere ascoltati.

Roberta Croce