Ideati e realizzati nel 2016 da Tavola valdese, Comunità di Sant’Egidio e Federazione delle Chiese Evangeliche, i corridoi umanitari hanno consentito fino a oggi l’arrivo in Europa di circa 3.500 rifugiati in fuga da Siria, Iraq, Libia, Etiopia e ora quasi tutti ben integrati in Italia, Francia, Belgio e Andorra.

La novità è che di questo strumento intende avvalersi anche il governo. La ministra dell’Interno Lamorgese è volata a Tripoli per stringere accordi, promettere aiuti e annunciare la disponibilità ad accogliere i più fragili tra i profughi rinchiusi nei centri di detenzione libici, in particolare donne e bambini. I corridoi umanitari, programmati e a numero necessariamente chiuso, sono un impegno che un Paese come l’Italia può permettersi, considerato anche che l’anno scorso le domande d’asilo si sono ridotte a 26 mila, in calo del 40% rispetto al 2019. Del resto altri corridoi riservati ai migranti sono stati aperti in questi giorni senza suscitare particolari clamori.

Hanno a che fare non con i dritti umani, ma con la sopravvivenza della nostra economia agricola. Li organizza la Coldiretti per far arrivare i braccianti di cui c’è bisogno nella stagione della raccolta. A Pescara è atterrato un charter con 123 operai marocchini, migliaia di altri arrivi – dall’Est Europa e dal Nord Africa – sono attesi nelle prossime settimane in Veneto, Emilia e in altre regioni. Una regista che si occupa di migrazioni, Marta Cosentino, definisce civiltà l’immagine di persone che scendono dalla scaletta di un aereo dopo essersi concesse il lusso di aver riempito una valigia. Siano le benvenute.

Paolo Pagliaro