Il ministro della Salute Roberto Speranza, preso di mira dalla destra populista che ne ha chiesto a Draghi le sue dimissioni, non appare particolarmente né meritevole né immeritevole. In una situazione nella quale la presenza scientifica  detta i tempi e i provvedimenti per il contrasto alla pandemia,

non si capisce quale colpa specifica il ministro abbia commesso. Anzi il suo rigore è da apprezzare. Tenendo conto che la responsabilità complessiva, nel bene e nel male, ricade su l’intero governo e, in special modo sul presidente del consiglio, pro tempore.Che la richiesta di dimissioni sia venuta da Giorgia Meloni, unica opposizione dichiarata in Parlamento, ci sta tutta, anche se le sue motivazioni appaiono strumentali; ma così ha giustificato il suo status di oppositrice. Tale atteggiamento è sostenuto da una parte di leghisti o forse dalla sua totalità, fuori dalle telecamere.

Sicché, si può concludere che questo contrasto sia diventato un’azione di disturbo da parte della stessa Meloni nei confronti di Salvini che deve recitare la parte contestuale  di uomo di lotta e di governo, come sempre accade nella tradizione levantina.

Fra l’altro gli oppositori hanno sbagliato bersaglio perché Speranza, contro e a favore dei suoi meriti e dei suoi demeriti, non è un ministro qualsiasi. È il segretario di un partito che, seppure piccolo, sostiene il governo. Cioè Leu, o come si chiama. I suoi compagni hanno tirato dal cassetto il manifesto delle  solidarietà, composto delle firme di attori, cantanti, letterati, reduci e combattenti della sinistra, e persino grillini da combattimento come Marco Travaglio. Forse è stato un sovrappiù di zelo perché bastava il silenzio di Draghi per fare rientrare nei ranghi la Meloni che fa il suo mestiere di contrasto. Ma il manifesto da combattimento ricorda i rituali dell’ancien régime.

Draghi ha difeso Speranza annacquando il suo rigore. E Andrea Colombo de “Il Manifesto” ha interpretato l’accanimento contro Speranza come di un subdolo calcolo: «Il fuoco dell’ala destra della maggioranza contro il ministro Speranza non si ferma nonostante lo scudo di Draghi e non si fermerà. Intorno al ministro della Salute ha finito per concentrarsi l’inevitabile guerra propagandistica tra le due anime della maggioranza e Salvini non rinuncia al bersaglio grosso. Rimuovere Speranza significherebbe distruggere l’equilibrio continuità-discontinuità tra questo governo e quello precedente, fare del governo Conte e dunque di tutta la maggioranza che lo sosteneva il capro espiatorio dei guai pandemici del Paese. Significherebbe anche collegare la fine della fase più oscura, che tutti in realtà prevedono imminente, a un cambio della guardia alla Salute: risultato psicologicamente e simbolicamente prezioso». Ciò detto sul piano generale, residuano i difetti degli uffici di via Lungotevere Ripa nei confronti della periferia. Per esempio la loro dirigenza è stata matrigna, sin dai tempi di Beatrice Lorenzin, nel lasciare nella palude putrida l’ufficio del commissario ad acta – così viene chiamato – per il rientro del debito sanitario della Calabria, inviando ciclicamente elefanti in pensione.

Bruno Gemelli