Non si può non leggere quello che la stampa ha immediatamente ribattezzato come il #sofagate – la decisione dell’ufficio per il protocollo del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, con la complicità a quanto dichiarano le autorità turche dell’ufficio per il protocollo del presidente del Consiglio europeo, il belga Charles Michel,

di far accomodare la presidente della Commissione europea Ursula Van der Leyen su un divano in posizione defilata invece che su una sedia d’onore accanto al presidente – se non come un messaggio inviato alle donne. Alle donne turche innanzitutto, che da settimane protestano contra la decisione del presidente Erdoğan, piovuta con un decreto presidenziale pubblicato a tarda sera, quasi alla chetichella – di uscire dalla Convenzione di Istanbul, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. E alle donne di tutto il mondo che si sono schierate al loro fianco, scrivendo lettere, promuovendo appelli, diffondendo comunicati stampa, lanciando petizioni.

Il messaggio per le donne è chiaro: non importa quale ruolo istituzionale abbiate, quale carica politica, quali competenze, quale potere – e certo quello della Commissione europea, l’organismo che governa l’Unione, e dunque di Van der Leyen come presidente, non è poco – siete sempre e comunque donne, dovete stare “un passo indietro” – come pensa d’altronde più di qualcuno anche in Italia.

Il comportamento di Charles Michel, aggrappato alla sua sedia accanto a Erdoğan e balbettante, ha tradito la condivisione intima della stessa visione sessista: come ha scritto l’ex parlamentare europea Monica Frassoni su il fatto quotidiano, “il messaggio che è passato è che Michel abbia preferito ‘fare comunella’ con l’autocrate Erdoğan”.

Il 23 marzo, in vista della visita diplomatica di Van der Leyen e Charles Michel in Turchia, D.i.Re ha scritto al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Mario Draghi chiedendo esplicitamente “all’Italia di farsi promotrice di una risposta forte da parte dell’Unione Europea e degli Stati membri per contrastare questa decisione, che non solo espone le donne turche ancora una volta e di più alla violenza maschile, ma mina alle fondamenta il rispetto dei diritti umani di tutte e tutti su cui è fondata l’Unione Europea”.

Mario Draghi il 24 marzo aveva riferito in Parlamento la conversazione avuta con il presidente Erdoğan in vista del vertice UE-Turchia, sottolineando “l’importanza di evitare iniziative divisive e l’esigenza però di rispettare i diritti umani”.

“L’abbandono turco della Convenzione di Istanbul rappresenta un grave passo indietro”, aveva detto. “La protezione delle donne dalla violenza e il rispetto dei diritti umani sono un valore fondamentale per l’Unione europea”. E dopo una pausa, alzando gli occhi dal testo che stava leggendo, aveva aggiunto “Io direi anche di più: sono un valore identitario per l’Unione europea”.

Lo stesso “equilibrio giusto” tra diversità di valori e bisogno di collaborazione negli interessi del proprio paese è stato al centro del commento di Mario Draghi alla “umilizazione subita da Van der Leyen”, quando riferendosi a Erdoğan, ha detto: “con questi, chiamiamoli per quel che sono, dittatori, di cui però si ha bisogno”.

Le proteste del governo turco non si sono fatte attendere, con l’annuncio di non firmare contratti importanti con aziende italiane.

Di una cosa possiamo essere certe: le donne non si faranno intimidire.

Non certo le donne turche, che in un appello della Mor Çatı Women’s Shelter Foundation pubblicato all’indomani del decreto presidenziale che ritirava la Turchia dalla Convenzione di Istanbul, a cui D.i.Re ha aderito, lo scrivevano chiaramente: “Come donne ci rifiutiamo perfino di mettere in discussione la Convenzione di Istanbul, figuriamoci di cancellarla. E non accettiamo che lo Stato venga meno ai propri obblighi di proteggere le donne, le persone LGBTI+ e i/le bambini/e dalla violenza! Come donne non rinunciamo nemmeno alle conquiste che abbiamo ottenuto attraverso lotte durate anni, né ci ritiriamo dalle battaglie fondamentali per le nostre vite e dal legame di solidarietà che ci unisce!”.

E nemmeno Ursula Van der Leyen, come testimonia il silenzio opposto ai tentativi di Charles Michel di chiamarla per appianare le cose. Ora ci aspettiamo che anche sulla questione di fondo di questa crisi diplomatica – il rispetto dei diritti umani, a cominciare dai diritti delle donne – le istituzioni europee e l’Italia sappiano non farsi intimidire, e non soccombano ancora una volta alla necessità, annunciata da Mario Draghi “di cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese” o di trattenere in Turchia, con i soldi dell’Unione europea, i migranti siriani in fuga da un paese che anche le bombe turche hanno contribuito a ridurre in macerie.

Antonella Veltri