Enrico Letta e Matteo Renzi nemici come prima. E sempre democristiani nella mente e nel sangue

Era il 17 gennaio 2014 quando Matteo Renzi, che allora stava sulla cresta dell’onda, disse a Letta: “Enrico, stai sereno” in modalità  hashtag. Dopo sette anni i due si sono incontrati nella sede dell’Arel per quaranta minuti. Non è stato come l’incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano.

Anche perché mancavano i cavalli. Ma un po’ di curiosità c’è stato. Il concavo che incontra il convesso a ruoli invertiti fa teatro. Ciò è potuto accadere perché in politica se uno non ha il pelo sullo stomaco è inutile che si mette. La condizione essenziale è che uno dei due, meglio se entrambi, abbiano una faccia di bronzo. C’è, tuttavia, un altro elemento che ha reso possibile l’incontro. Ovvero, i protagonisti sono rimasti democristiani nella mente e nel sangue. Ma non è un’accezione negativa. Tutt’altro. Rende possibile ogni spiegazione. Un rapporto interpersonale che non sarebbe successo nella riva gauche, dove si coltivano rancori secolari. Tanto per dire: Fausto Bertinotti non si sarebbe mai incontrato di nuovo con Armando Cossutta. Insomma, il pisano è una spugna spessa, il fiorentino è come un materassino da boy scout.

Di cosa parliamo? Al tempo dell’incidente della campanella, Salvatore Merlo, per il sito “Linkiesta”, fece un ritratto della famiglia Letta. Questo è l’ouverture: «Che famiglia, i Letta. Ogni tanto sfogli un giornale, osservi un cartellone cinematografico, ti trovi tra le mani una rivista, studi la bibliografia del manuale di storia di tuo figlio (per chi ne ha) ed ecco che sotto il naso ne spunta uno, un Letta, e anche questo è in gamba, e anche questo ha avuto successo, ma in un settore tutto diverso, in un altro mondo, e nel suo lavoro non ha niente a che fare con gli altri suoi fratelli, e zii, e sorelle, e nipoti, e importantissimi cugini Letta. E forse c’è un Letta dietro ogni eccellenza italiana». Gianni ed Enrico li conoscono tutti, sono lo zio e il nipote d’Italia, uno è appena diventato presidente del Consiglio, l’altro è l’ultimo dei grand commis dell’état, il giovane è di sinistra e ha fondato il Pd, il vecchio è il gran visir del berlusconismo. Militano, ma senza orgogli luciferini, nelle curve contrapposte dello stadio politico, sono molto diversi tra loro, eppure, entrambi incarnano a modo loro quelle caratteristiche che nei codici italiani del potere sono considerate le virtù lettiane: attitudine antiretorica, riservatezza, idiosincrasia per la ribalta, per i riflettori, per le vuote parole. Gianni ha i suoi uffici su largo del Nazzareno, dietro Piazza di Spagna, Enrico ha la sua stanza al partito ad appena cento metri dallo zio: talvolta si incrociano per strada, ma sono così riservati che rallentano appena il passo, si scambiano un’occhiata, un sorriso – moderato – e tirano avanti, ciascuno verso i propri impegni, uno a destra l’altro a sinistra». […]. Arrotolando il nastro, si ricomincia d’accapo.

Bruno Gemelli