Riforma della Pubblica amministrazione tra luoghi comuni, paradossi e cruda realtà

“All’interno degli uffici pubblici è necessario intervenire con lo sblocco del turn-over altrimenti tra un paio di anni assisteremo ad un collasso” Se a sostenerlo fossero stati i sindacati di categoria nessuno si sarebbe stupito, lo affermano da anni. La novità è che la dichiarazione è del ministro della pubblica

amministrazione Renato Brunetta, che è sempre stato piuttosto severo con i dipendenti pubblici. Fu lui, infatti, ad inaugurare la stagione degli attacchi frontali ai cosiddetti “fannulloni”, che pur non mancano come dappertutto. Ma, ancor di più, fu sempre lui, durante il governo Berlusconi e mentre occupava la stessa poltrona, a volerlo quel blocco delle assunzioni che ora tutti si accorgono essere stato un macigno insopportabile per il buon funzionamento dell’amministrazione pubblica. Certo, c’erano anche ragioni di

bilancio a motivare la scelta di non sostituire le centinaia di migliaia di dipendenti andati in pensione, ma una certa idiosincrasia verso tutto quello che era “burocrazia” e Stato ha rappresentato il brodo in cui quella scelta è stata cucinata e data in pasto all’opinione pubblica come il male assoluto. Ma ora Brunetta sembra, e il sembra è un obbligo, un altro e quelle linee programmatiche per il “Piano di Ripresa e Resilienza” da egli presentato al parlamento dopo 20 giorni dalla partenza del governo Draghi, appaiono come una specie di folgorazione sulla via di Damasco. E la cosa non è finita qui: Brunetta il 10 marzo scorso ha firmato il patto “per l’innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale” con Cgil, Cisl e Uil (gli altri sindacati non sono stati coinvolti), che ovviamente non hanno tardato nemmeno un minuto a firmarlo, e ha già disegnato un piano di assunzioni nella pubblica amministrazione che punta a recuperare il tempo perduto e ad anticipare quello che verrà, con la prevista uscita di trecentomila dipendenti della pubblica amministrazione nei prossimi 3/4 anni. Le stesse procedure per i concorsi, ha promesso, saranno snellite, in 18 mesi al massimo si dovranno concludere. Intanto partirà un primo step di assunzioni legato allo sfruttamento dei soldi del recovery plan. In al massimo tre mesi, ha promesso, attraverso procedure semplificate e criteri di valutazione basati sul curriculum universitario e sul merito, saranno in 2.800 ad essere reclutati, tutte figure tecnico-professionali utili a sostenere gli enti locali nella progettazione. Finiranno al Sud e negli enti locali in particolare, che negli ultimi 10 anni hanno perso circa 120.000 dipendenti, come ha sostenuto anche il competente ministro Mara Carfagna. In quel Sud dove i problemi di sfruttamento dei soldi comunitari è antico ed ha provocato l’ampliamento del divario tra le ragioni che hanno e quelle che non hanno saputo utilizzarli. Del resto la stessa Europa ci impone di trovare immediata soluzione al problema: “O la riforma del sistema di reclutamento si fa subito, in due tre mesi – ha chiarito a riguardo lo stesso Brunetta – oppure i soldi del recovery non li prendiamo. Senza turn-over il sistema non è bloccato, è morto”.

Parole inequivocabili. Ma è proprio sul medio termine che il percorso tracciato da Brunetta sorprende, anche se a guardalo bene non più di tanto. Per il ministro della pubblica amministrazione, come accennavamo, ci sarà un nuovo maxi-piano di assunzioni che prevede per ogni 10 in uscita l’assunzione di 12 nuovi dipendenti, garantendo così un ricambio del 120%. Musica per le orecchie dei sindacati dunque, che tuttavia sanno che non saranno tutte rose e fiori, perché Brunetta parla di “coesione sociale” ma non è tipo da concessioni infarcite di “ragioni sociali” Non a caso fa chiaramente riferimento allo “svecchiamento” e, soprattutto, alla “innovazione” Per esempio, per raccogliere le candidature sarà creato il Portale nazionale per le assunzioni, sito che “consentirà di razionalizzare e semplificare le procedure di assunzione degli impiegati pubblici attraverso la valutazione e la copertura dei posti vacanti” e che “avrà un’interfaccia unica per la pubblica amministrazione, allo scopo di gestire a livello centrale i processi di impegno, e garantirà l’accesso a un unico sportello a tutti i concorsi generali in base a profili professionali specifici” Insomma tempi duri per le “scorciatoie”

Ma al di là di tutto questo, il piano di assunzioni appare imponente e a regime dovrebbe fare riprendere fiato ad una pubblica amministrazione carente di personale adeguato all’evoluzione digitale. Ma attenzione, la questione non riguarda solo gli enti locali ma l’intero esercito dei dipendenti pubblici. E tra l’altro alcune leggi vigenti cozzano platealmente con l’esigenza di innovare e rinnovare. Prendiamo il caso Calabria, che è emblematico di una questione meridionale che riguarda anche la pubblica amministrazione. Negli anni gli investimenti per formazione sono stati assai modesti per non dire pressoché nulli e, ancor di più, il blocco del turn-over è stato violento. Analizzando alcuni dati che le stesse organizzazioni sindacali forniscono, la differenza tra piante organiche e dipendenti reali denuncia carenze impressionanti. E tra l’altro le soluzioni tampone trovate e concesse dal legislatore appaiono davvero inconcepibili e fuori da ogni idea di rinnovamento. Vediamo tre casi simbolo, a cominciare dalla Pubblica Istruzione:

  • Sulla base dell’ultima rilevazione inviata al ministero competente, per la Calabria la dotazione organica del personale comparto funzioni centrali, stabilita dal D.M. prot. n. 773 del 5.10.2015, dispone, a livello regionale, la presenza del seguente numero di dipendenti:· N. 81 dipendenti Area III; N. 151 dipendenti Area II; N. 16 dipendenti Area I.
  • La  dotazione del personale comparto funzioni centrali presente a maggio 2019 presso l’USR per la Calabria era invece: N. 32 dipendenti Area III; N. 112 dipendenti Area II; N. 10 dipendenti Area I.

Carenze, dunque, che oscillano tra il 25 al 60 % e che tra l’altro si è inteso lenire parzialmente con personale proveniente dai ruoli militari e dalla Croce Rossa.

Non meno grave la situazione nel comparto della Giustizia. Anzi. Secondo quanto riporta un un documento della Confasal-Unsa, la carenza di figure amministrative si aggira mediamente tra il 20 e il 25 % con scoperture molto elevate nella qualifica di cancelliere esperto (figura professionale determinante per il funzionamento degli Uffici Giudiziari), superiore in alcuni Uffici al 50% dei posti previsti in pianta organica. Ad aprile avrà inizio la selezione tramite colloquio, quindi in forma semplificata, relativa ad un concorso pubblico per titoli ed esame orale, per il reclutamento di complessive n. 2.700 unità di personale non dirigenziale a tempo indeterminato per il profilo di cancelliere esperto. Per il distretto di Catanzaro, è prevista l’assunzione di 111 cancellieri esperti e per il distretto di Reggio Calabria è prevista l’assunzione di 85 cancellieri esperti.

E tuttavia c’è un problema, si sostiene a ragion veduta: “Il ministro della Funzione Pubblica dichiara che la Pubblica Amministrazione va svecchiata, ma nello stesso tempo, la partecipazione a tale concorso è riservata a partecipanti nati negli anni 1960, 1970 e il più giovane è nato nell’anno 1981. Addirittura nel distretto di Reggio Calabria c’è un candidato ammesso al colloquio, nato nel 1954, che a settembre compie 67 anni e a Catanzaro un candidato è nato nel 1955”

“Come Organizzazione Sindacale – sostiene Antonino Iannò, segretario regionale dello stesso sinsacato –  abbiamo denunciato tale situazione, ma il Consiglio di Stato, in un concorso analogo per Direttori (in Calabria saranno assunte 7 persone), ha sancito che per celerità, stante la pandemia in atto, si può riservare la partecipazione al concorso a determinate categorie, cioè avvocati, giudici onorari, personale interno etc., così escludendo giovani laureati, che nel caso del concorso per cancelliere esperto, non possono partecipare, nonostante fosse necessario il diploma d’istruzione di secondo grado. Non aggiungo altro, i fatti si commentano da soli”.

E in effetti la situazione assume le caratteristiche del paradosso.

In ultimo la fotografia della situazione nell’Agenzia dell’Entrate, che come tutti sappiamo governa le entrate tributarie nel nostro paese. I dati sono impietosi: la carenza per la prima e la seconda area funzionale si aggira mediamente, per tutti presidi regionali, intorno al 34 %, con una punta al 47,33 % per la direzione provinciale di Catanzaro. Per la terza area funzionale la media e di circa il 30 %, con punta al 41 % nella direzione provinciale di Vibo Valentia. Anche per l’Agenzia dell’Entrate, negli anni, le gravi carenze sono state parzialmente arginate da personale proveniente da altri amministrazioni dello Stato, con età anagrafica elevata e, inevitabilmente, con preparazione professionale aspecifica. In buona sostanza la situazione è davvero seria e Dio sa quanto sia importante per il sistema Paese avere una efficiente amministrazione fiscale.

Il quadro che viene fuori dai dati che caratterizzano l’organizzazione delle tre importantissime citate amministrazioni dello Stato è, dunque, sconfortante e contraddice inconfutabilmente i luoghi comuni, le attese del ministro e soprattutto degli italiani. Nel primo caso perché al contrario della vulgata generale alimentata sconsideratamente da alcune forze politiche attraverso gli strumenti della disinformazione, le amministrazioni dello Stato nel Sud del Paese non sono per nulla affollate di dipendenti (“meridionali”) ma sono da decenni in strutturale e gravissima carenza di personale; nel secondo caso perché non è sostenibile un piano di rinnovamento anagrafico e professionale del personale del pubblico impiego, come annunciato, senza mettere un freno alle norme che prevedono la mobilità tra le amministrazioni dello Stato. Appare oggettivo invece che il sacrosanto processo di rinnovamento auspicato dallo stesso ministro e dal governo non può prescindere da altri interventi legislativi che realmente agevolino lo “svecchiamento”, l’assunzione di personale competente, una forte attività di formazione continua e soprattutto uno sviluppo professionale ed economico di chi invece con competenza assicura, tra mille difficoltà, le attività di apparati nevralgici e strategici per il buon funzionamento della pubblica amministrazione di cui, ora tutti sembrano riconoscerlo, uno Stato non può assolutamente privarsi.

Rino Muoio