La finanza dovrà integrare le stime economiche con i dati che arrivano dalle scienze naturali

Nei primi nove mesi del 2020 i consumi di energia in Italia sono sensibilmente diminuiti, e dunque si sono ridotte anche le emissioni di gas serra. Sono state il 14% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019. Ma quando i trasporti e le attività industriali torneranno a pieno regime, difficilmente la riduzione delle emissioni potrà proseguire con lo stesso ritmo.

Torneremo a fare i conti con i cambiamenti climatici e i loro effetti sull’ambiente, la qualità della vita, l’economia. Di quest’ultimo aspetto si occupa uno studio realizzato da cinque economisti della Banca d’Italia, istituzione che molto si è spesa perché il tema figurasse nell’agenda dei banchieri centrali.

I cinque (Bernardini, Faiella, Lavecchia, Mistretta e Natoli) spiegano come la Banca si sia cimentata in un esercizio inedito e cioè nella quantificazione del rischio climatico per il sistema finanziario. Ci sono i costi del fare e quelli del non fare. Tra i primi, legati alla transizione energetica, ci sono ad esempio i 108 miliardi che gli italiani, soprattutto le imprese, hanno pagato in bolletta per finanziare le rinnovabili. E i 115 miliardi che dovranno pagare da qui al 2036. Ma i costi del non fare sono molto più pesanti. Temperature medie sempre più elevate influenzano in modo crescente tutte le attività, a partire da quelle – come l’agricoltura – più esposte agli eventi naturali; fenomeni idrogeologici e ondate di calore più frequenti e intense possono causare danni economici ingenti; l’innalzamento progressivo del livello dei mari mette a rischio le comunità costiere in tutto il mondo. E la nuova finanza per forza dovrà integrare le valutazione economiche con i dati e le stime provenienti dalle scienze naturali.

Paolo Pagliaro