Quei destini già scritti. Processi di costruzione nell’identità di genere

L’algoritmo della società premia ancora l’omologazione. Conviviamo con una fuorviante rappresentazione della realtà, in cui ci illudiamo di una parità di genere estremamente fittizia, dove le forti discriminazioni sociali, economiche e di potere

non sono poi per niente superate. Non occorre più fotografare la realtà per rilevare lo squallore che si cela dietro i pregiudizi. L’attribuzione di un valore sociale differenziato al genere dipende ancora da antichi retaggi culturali di una persistente dicotomia tra uomo e donna, maschio e femmina, “volitivo e oblativo, razionale ed emotivo, geniale e introspettivo”. L’errore resta ancora una volta legato ai processi educativi e formativi delle nostre comunità. Penso ai modelli che trasmettiamo dall’infanzia all’adolescenza, nelle famiglie e nelle agenzie educative. Riflettiamo sull’educazione di genere che trasmettiamo ai nostri figli!

Viviamo in un contesto di vita quotidiano contrassegnato ancora da forti riferimenti simbolici patriarcali legati a persistenti retaggi culturali. Consideriamo, ad esempio, solo tutte quelle ragazze che nel passaggio dalle scuole secondarie di secondo grado all’università decidono d’intraprendere percorsi di studio per lavori destinati, secondo una dottrina fortemente bigotta, ad un modello esclusivamente maschile. Parlo delle discipline scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche. Magari costrette a rinunciare a progetti Erasmus, dottorati di ricerca in università oltreoceano, solo perché “femmine”.

Eppure le ragazze sono, secondo le indagini statistiche per le politiche nazionali e comunitarie, molto più preparate e dedite alla continua formazione rispetto ai tanti studenti maschili. E c’è un’infinita letteratura scientifica a riguardo.

L’impegno e gli sforzi nella vita di una donna, qualunque percorso questa decida di intraprendere, ancora oggi, sono tutt’altro che paragonabili a quelli degli uomini. Ciò che ne consegue è frutto di un impegno e una determinazione del tutto fuori misura.

Le donne hanno urlato, manifestato, testimoniato in prima persona per inventarsi, reinventarsi e difendere pochi diritti. Anni di lotte civili e femministe, battaglie di costume, guerre tacite e manifestazioni di piazza. Ma tanto ancora occorre fare per raddrizzare destini già scritti.

Noi donne non dobbiamo assuefarci a questo stato di cose, soprattutto ora che stiamo ripartendo con un nuovo Umanesimo, che deve vedere anche la donna affiancare l’uomo “al centro dell’universo”. Abbiamo dimostrato soprattutto in questo periodo pandemico, di essere, sì, le più penalizzate della società come figlie, madri, mogli e lavoratrici, ma comunque estremamente forti. Un plauso a tutte le donne calabresi che, con tutte le inefficienze del nostro sistema regionale, sono – senza presunzione – anche migliori di tante altre.

Sicuramente la scuola e le tante altre agenzie educative devono innestare nelle coscienze antidoti contro i pregiudizi radicati da secoli di storia. Ma è fondamentalmente la comunità tutta che deve testimoniare ai suoi figli un cambiamento radicale, altrimenti l’azione del singolo non creerà mai un reale rinnovamento generazionale.

Roberta Croce