Sanremo fra trasgressione e vecchie glorie. Ma la forza del rock è sempre una buona notizia

Il Sanremo dell’era Covid è stato bifronte. Un colpo alla tradizione e l’altro al cambiamento. Il rock, musica del demonio, vince con i Maneskin e nello show abbondano a vario titolo il turpiloquio, le allusioni sessuali, il travestitismo – che poi si

sia trattato quasi sempre di roba già vista da almeno cinquant’anni nel solco dei grandi rivoluzionari (Bowie e Mercury, Iggy Pop, Boy George, Renato Zero) non è dettaglio di facile intuizione per il grande pubblico. Sanremo, si sa, appartiene alle famiglie, ai puristi della canzone italiana, agli integerrimi alfieri del pop garbato che non accettano sbavature. Per loro Maneskin e Achille Lauro su quel palco sono l’Anticristo. Amadeus e Fiorello (l’uomo alpha siculo che negli sketch indossa mantelli di fiori e occhiali a farfalla da diva), ma soprattutto la Rai,

sono impazziti? Prima di rispondere, credo che debbano far riflettere due fatti: la vittoria della band romana, decretata dal televoto (le giurie tecniche avevano scelto diversamente, portando in testa in tutte le classifiche provvisorie Ermal Meta), e la forbice tra il calo di ascolti tv e la forte dimensione social di questa edizione di Sanremo con spettatori giovani che hanno seguito interamente il festival nelle dirette Facebook senza risentire, come quelli “stagionati”, dell’ora tarda. Sono segnali, messaggi da un mondo sotterraneo che si fanno sempre meno timidi. Lo scorso anno la polemica aveva colpito Junior Cally, il rapper mascherato autore di testi sessisti e violenti, ma era stato un finto scandalo (il brano cantato all’Ariston era da educande). Stavolta, spinti dalla rabbia e la voglia di liberazione che ribollono sotto la pandemia, si è osato finalmente un salto.

Il festival di Sanremo ha una storia lunga e saldamente legata alla società italiana, che ha sempre osservato i mutamenti di costume. Se ne è tenuto conto con le vallette poi diventate co-conduttrici (qualifica che forse è ancora peggio), con gli ospiti e assolutamente anche con gli interpreti e le case discografiche. Nell’83 in gara era presente già per la seconda volta un certo Vasco Rossi, che cantava gli eccessi della sua “Vita spericolata” enfatizzando con strafottenza l’uso del playback su quel palco sacro. Il Blasco arrivò penultimo ma il festival lo consacrò mito giovanile – pochi mesi dopo sarebbe stato arrestato per detenzione e spaccio di stupefacenti.

Prima di gridare allo scandalo per i Maneskin, occorre ricordare, per esempio, che da circa quindici anni la gara è stata invasa da artisti usciti dai talent show. Qualcuno (Emma Marrone, Valerio Scanu) ha persino vinto. E gli orfani di Pippo Baudo non hanno mai contestato una scelta commerciale tristissima, che mortificava i grandi protagonisti del festival – i cantanti veri.

Ecco perché è plausibile che oggi, se il mercato vuole Achille Lauro Sanremo fiuti il trend e ne faccia occasione di profitto. Cosa ci aspettavamo davvero da un evento che non si è fermato nemmeno nelle ore del suicidio di Luigi Tenco, che morì proprio per una disperata rappresaglia contro il festival? Basti pensare che nella prima serata la superstar italiana Laura Pausini, appena premiata con un Golden Globe per un film con Sofia Loren prodotto dal figlio Edoardo Ponti, è stata mandata in scaletta alle 22: con queste premesse in altri tempi si sarebbe tenuto il pubblico a bramare l’intervento della popolare cantante almeno fino a mezzanotte, invece in scaletta alle ore piccole c’era l’attesissimo esordio dei “quadri artistici” di Lauro. Con la certezza che tutti aspettavano lui e non avrebbero spento la tv – e così è stato.

Un colpo al cerchio e uno alla botte, dicevamo. Da una parte i Maneskin, dall’altra le vecchie glorie. C’è Ornella Vanoni – meravigliosa diva, ma ormai si appende al braccio del partner di duetto Francesco Gabbani più come una nonna invalida col nipote che come la fatalona degli anni d’oro con il cavaliere di turno. C’è Fausto Leali che sfida la sua voce potente, si fa rosso in viso e mette apprensione. Ci sono due regine della trasgressione che fu, quella che l’hanno inventata loro. Rettore e Loredana Berté, giustamente ammirate da spettatori di ogni età, hanno sfoggiato grinta da vendere e gambe che qualunque donna ci metterebbe la firma, ventenni comprese. Ma gli anni non sono aliti di vento. Nelle evoluzioni vocali più ardite l’affanno si avverte e le stecche traditrici non si possono nascondere. Per nessuno. Prima o poi a Sanremo qualche ospite agé svenirà sul palco o peggio. Mi è venuta in mente la bellissima scena del film “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli, dove Ugo Tognazzi è un attore decaduto che rischia un infarto mentre tenta di compiacere un produttore cinematografico che dovrebbe offrirgli un pietoso ingaggio.

Forse certi immensi artisti sarebbe meglio rivederli nelle Teche – mostrarne il disfacimento personale e canoro pare una crudeltà, un accanimento terapeutico per resuscitare un’epoca che non esiste più. Che senso ha realmente favorire il podio per canzoni che si ascolteranno solo nelle ospitate tv mentre in radio martellano altri brani, gli impresentabili che il pubblico mainstream ha bocciato segnandosi con la croce?

Ma è un fatto oggettivo pure il vecchio che avanza. Orietta Berti in gara, vestita di palandrane luccicanti epperò con applicazioni di conchiglie di strass sui seni che qualche giornale ha persino commentato con accenti voyeuristici. In molti l’avrebbero voluta vincitrice – per carità, meglio lei ma non quei ragazzi con gli occhi bistrati che invitano a votare per loro toccandosi il pacco. Non è neanche questione di valore o povertà artistica. Chi ha protestato dice che i Maneskin (le loro parolacce, le esibizioni sessualizzate, i tatuaggi aggressivi) sono stati una mancanza di rispetto. Il messaggio nascosto tra le righe rimanda al canone – e anche questo è un aspetto rilevante e neanche completamente sbagliato. Al festival di Sanremo, nel programma di punta della televisione di stato pagata pure con i soldi dei contribuenti, toccarsi le palle o baciarsi in bocca tra maschi non si può fare. A nessuno però è venuto in mente che ugualmente non si potesse sentire, da lì e senza obiettare nulla, che una donna si fa chiamare “direttore d’orchestra” perché il nome della sua professione, al di là della grammatica italiana, per lei è maschile.

Alla fine persino l’Orietta nazionale ha ammesso che non disdegnerebbe un’esibizione con i Maneskin – pensava si chiamassero Naziskin ma la perdoniamo, imparerà. La vera figata sarebbe Damiano e compagni con Loredana Bertè, apoteosi totale…

Mettere d’accordo le teste e accontentare i gusti di tutti è impresa impossibile. Due guru come Vasco Rossi e Piero Pelù hanno salutato con soddisfazione il trionfo del rock arrabbiato all’Ariston. Eppure l’altro filone di critiche per Maneskin, Achille Lauro e le altre creature infernali del 71esimo Sanremo riguarda una presunta incoerenza. Ad accusarli sono i nostalgici rocker punk d’antan, ai quali non sono piaciute le lacrime di Damiano all’annuncio della vittoria. Perché un vero ribelle non piange e anzi di vincere su quel palco conservatore se ne frega. Invece sulla pagina ufficiale dei Maneskin su Twitter durante il festival erano apparsi messaggi di contestazione contro la gara, le gag dei conduttori, lo spettacolo. Strali misteriosamente cessati quando il festival lo hanno vinto loro – ma si è poi appreso che lo shitstorming era opera di @Dio, caustico personaggio noto nel social dei cinguettii, a cui i giovani rockettari avevano affidato la gestione della pagina. Ma l’idea degli hater resta immutata: altro che bomba su Sanremo, la verità è che i rivoluzionari del piffero per convenienza hanno abbassato le penne.

L’emozione non ha ideologia e nemmeno si misura sulla carta d’identità. Se vinci a Sanremo un po’ di effetto ti fa pure se se vai in giro con i capelli blu e le calze a rete strappate. “Siamo umani, non siamo automi e nemmeno stronzi”. I Maneskin sono ipersensibili come tutti i ragazzi, come Stash dei Kolors che si fa le foto abbracciato alla mamma ed Elodie che racconta la sua adolescenza in una borgata romana difficile. Fedez sta per diventare padre per la seconda volta e non si è vergognato di cercare un abbraccio anti-ansia con la collega Francesca Michielin né di confidare che durante la lontananza forzata del festival la famiglia gli è mancata. E anche sui Ferragnez sono piovuti improperi perché Chiara, innamorata supporter, ha chiamato a raccolta i suoi seguaci per votare il marito (secondo i più è questa l’unica ragione del secondo posto del rapper). Su Twitter il chirurgo estetico Marco Moraci, marito di Veronica Maya, ha definito questo festival “Gay Pride” confessando di girare canale quando si esibiva Achille Lauro perché incapace di spiegare ai figli chi fosse quello strano personaggio. E la moglie, nonostante il suo ruolo conduttrice di “Casa Sanremo”, muta. Che piacciano o no le canzoni di Maneskin e Achille Lauro (curiosamente questo elemento, la musica, passa sempre in secondo piano, eppure è un festival della canzone), forse è proprio per questo che la vittoria della band che dice “Zitti e buoni” contro “la gente che non sa un cazzo e parla” è una bella notizia. Lauro ha spiegato le sue iperboliche performance come “messaggio di libertà”, per Damiano David gli eccessi di del rock originario sono affermazioni dell’essere come si vuole e si è, senza condizionamenti. Se anche questo servirà a non sentire più parole come quelle del marito di Veronica Maya, Maneskin tutta la vita e soprattutto a Sanremo.

Isabella Marchiolo