La nostra fiducia non deve andare agli scienziati ma nella scienza che deve emettere i suoi verdetti

La scienza non ha risposto a tutte le nostre domande sulla pandemia di coronavirus e sul modo migliore per sconfiggerla, ma – fa notare la filosofa Franca D’Agostini sul settimanale La Lettura – la gente dovrebbe capire che quando un ricercatore dice “non so” questo non è un segnale di resa, ma è il punto di partenza per ogni indagine scientifica.

In verità molto, moltissimo è stato fatto in questi dodici mesi, se oggi in Italia si possono somministrare già tre diversi vaccini ed altri si annunciano nel prossimo futuro. A una velocità impensabile la scienza sta riuscendo anche a correggere gli errori, che in qualche caso erano frodi. Enrico Bucci – nel suo libro “Cattivi scienziati”, Add editore, ricorda ad esempio che in 13 giorni è stato possibile abbattere la pseudonotizia scientifica pubblicata su «Lancet» riguardo la clorochina e il Covid-19. Si apprezza questo dato se lo si paragona agli anni che ci sono voluti perché la stessa rivista ritrattasse un’altra pubblicazione

fraudolenta, quella su vaccini e autismo. “Perché fidarsi della scienza?” è la domanda che si fa la studiosa americana Naomi Oreskes ed è anche il titolo del suo saggio proposto in Italia da Bollati Boringhieri. La risposta è che la nostra fiducia non deve andare agli scienziati – per quanto saggi o autorevoli possano essere – ma alla scienza in quanto processo sociale, chiamato ad emettere i suoi verdetti dopo aver sottoposto le proprie tesi a uno scrutinio rigoroso e plurale. E se è vero che gli scienziati devono diventare dei comunicatori migliori, forse anche noi dovremmo migliorare la nostra capacità di ascoltarli.

Paolo Pagliaro