Tommaso Rossi, dall’Aspromonte a Strasburgo passando per gli anni del “boia chi molla

E’ stato protagonista della “seconda fase” di questi cento anni dalla nascita del Partito Comunista. Ma tracciare un profilo di Tommaso Rossi è impresa di non poco conto, un impegno che non può essere per nulla indebolito da un rincorrersi di emozioni,

da attimi di riverenza per la sua grande testimonianza di uomo sempre in trincea ideologica sul piano politico, per il riscatto delle masse operaie e contadine, e in trincea fisicamente nella lotta partigiana per la libertà contro il nazifascismo. E sono emozioni che risalgono a tempi difficili della sua segreteria della federazione del PCI di Reggio Calabria, quando il suo impegno politico, senza mai un attimo di risparmio, per il partito e per la tutela delle classi lavoratrici, divenne quasi sovrumano nel fronteggiare, senza mai indietreggiare, tra il ‘70 e il ‘71, la nascente onda nera dei fascisti, del loro diktat “boia chi molla” nella rivolta campanilistica di Reggio Calabria, per l’irrisorio trofeo del capoluogo.

Sentiva su di sé il peso di un energico contrasto, di una risoluta opposizione alla degenerazione di una protesta senza senso, senza sbocchi per nulla positivi, assolutamente aleatori, come erano quelli di fascisti esagitati.

Un peso nel suo intimo, vivo, palpitante, ma politicamente ragionato, partecipato ai tanti numerosi giovani studenti, dei quali era tutore e formatore di una coscienza forte, di un telaio culturale e politico, senza infingimenti, proiettato sempre in avanti, sempre nel perseguimento della giustizia sociale, della lotta alle diseguaglianze, agli arbitrii, alle emarginazioni della classe operaia e contadina dal contesto economico.

E trasse da ciò forza, determinatezza, elevata capacità organizzativa della lotta contro un fenomeno politico degenerativo che aveva invaso la città di Reggio Calabria, i cui quartieri erano stati resi repubbliche indipendenti, con tanto di frontiere, alle quali era consentito accesso soltanto a chi era un “boia chi molla”.

A tal proposito chiamò Pietro Ingrao a Reggio Calabria, nel clou della rivolta, preparò con accuratezza e meticolosa attenzione tutte le sezioni politiche del territorio, sensibilizzò tutte le forze del partito ad una massiccia mobilitazione, ad una capillare partecipazione alla grande manifestazione che si tenne a Piazza Duomo, dove dal palco, insieme ad Ingrao, fu veemente e duro nel condannare i neofascisti, che avevano inquinato la città con i loro vessilli littoriali.

Ingrao incitò la platea stracolma a prepararsi ad una nuova resistenza, ad un’altra lotta partigiana contro i rigurgiti fascisti.

Tommaso Rossi fu l’artefice di quel grande evento, che ridusse di gran lunga la baldanza dei nuovi arditi, e diede forza, straordinaria energia al partito che si proiettò verso la grande affermazione del ’76.

Nacque il 25 agosto 1927 a Cardeto, piccolo centro dell’entroterra aspromontano della provincia di Reggio Calabria, terra di contadini che vivevano nella miseria, nella più degradante povertà, nella fame assoluta.

Crebbe in questa amara e triste realtà e subito, ancora in tenera età, sentì dentro di sé una fiammella che si accendeva, mentre assisteva esterrefatto, a soli sette anni, ad una lunga fila di contadini ammanettati, scortati da un folto gruppo di carabinieri, con le armi in pugno, colpevoli di aver rubato il tanto per sfamarsi, e per questo condannati a lunghi anni di carcere.

Questo fu il momento in cui quella fiammella cominciò a diventare sempre più grande, e di rosso fuoco intenso, quando alcuni anni dopo, sedicenne viene fermato e arrestato a Taurianova nel 1950 durante le occupazioni delle terre e poi ancora nel 1951 per aver preso parte attiva allo sciopero studentesco, azioni che segnarono l’inizio della sua esemplare carriera politica.

Iscritto al PCI nel ’44, appena diciassettenne, abbracciò con entusiasmo i valori del partito, dimostrando la sua determinazione a contemplarli tutti, in primo luogo quello della libertà, quello della liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista, arruolandosi subito, a quella età, nelle file partigiane, inviato a Vibo Valentia per essere addestrato, e successivamente al fronte sull’Appennino tosco emiliano.

Nel compito primario di combattere il nemico, non smise comunque il suo forte e nascente impegno politico, prendendo parte attiva nella cellula comunista formatasi nel suo raggruppamento partigiano, e ne divenne responsabile per volere e decisione di tutti gli aderenti.

La causa partigiana fu da lui abbracciata con convinzione estrema e conseguente dedizione, tanto che a guerra finita, a liberazione avvenuta, al ripristino totale della democrazia, fu nominato, nel 2011, per esser stato, nella sua giovane età, partigiano ed aver dato tutto sé stesso per la libertà del paese, componente del Comitato d’Onore dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, sezione di Reggio Calabria.

La sua lunga carriera politica lo vide sempre protagonista in primo piano e attivo e combattivo in tutte le sue forme di rappresentanza e in tutti i loro livelli.

Segretario della federazione comunista di Reggio Calabria dal 1968 al 1984, consigliere comunale, provinciale, regionale, presidente di varie commissioni, parlamentare europeo, membro del Comitato Centrale sotto la segreteria Berlinguer.

Morì il 28 giugno 2012, compianto da tutti i reggini, da tutti i calabresi, da tutti gli organismi del partito, e riconosciuto come uno dei figli illustri della Calabria e dell’Italia tutta.

Raccontò di sé nella sua autobiografia “Il lungo cammino: dall’Aspromonte a Strasburgo” che documenta, nella sua semplicità narrativa, la sua ricchezza formativa e politica per le giovani generazioni, che chiaramente si coglie nell’affermare alla fine “Continuo nel mio impegno civile e politico perché rimanere insensibile a quanto accade sarebbe delittuoso”.

Antonino Vadalà