Pd. Un partito new generation per Enrico Letta, ulivista per necessità e convinzione

Il movimento politico che raccoglie più antipatia e sfiducia, dentro e fuori di esso, è il Partito democratico. Al punto che tantissima gente crede che Matteo Renzi ne faccia ancora parte. È un odio quasi viscerale che esplose durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale.

Ancora oggi c’è gente che nei bar e nei supermercati commenta i fatti di Bibbiano. A quel tempo il Nazareno impiegò oltre un mese a reagire, quando i buoi erano scappati dalla stalla. Perché, ancora oggi, c’è in giro tanta acredine nei confronti dei dem? È strano perché il Pd è l’unico fatto politico serio, e mal riuscito, dal dopoguerra a oggi. È il solo partito che ha una parvenza democratica rispetto a un panorama di formazioni personali e icastici. Il Pd, suo malgrado, incarna lo spirito di un nuovo Cln proiettato nel futuro. Una diga contro la mimetizzazione della mentalità neofascista. E basterebbe questa solo connotazione per essere rispettato.

L’amalgama non c’è stato. Il punto più debole del progetto ulivista si manifestò soprattutto a sinistra, nei post-comunisti che non hanno mai smesso di avere riserve mentali nei confronti del disegno unificante; ma anche nei confronti dei socialisti che furono oggetto di ostracismo per via che una parte consistente di essi si mise al servizio di Silvio Berlusconi.

Renzi è stata una meteora, un miraggio, ma oggi quell’esperienza viene usata per regolamenti di conti e simili. I danni prodotti dal fiorentino al sistema politico italiano dureranno nel tempo.

Sulla natura del partito, di ciò che è stato ed è, o che si vorrebbe che fosse, s’è interrogato Michele Salvati il quale, fra l’altro, ha commentato il giudizio tranciante del Pd di Fabio Mussi su “Il Manifesto” del 7 marzo scorso, «Il Pd è finito rifacciamo la sinistra». Salvati conclude con una dotta citazione: «Oggi quelle [risorse umane] prevalenti risentono della sindrome dell’Angelus Novus di Benjamin/Klee: il partito è travolto da una tempesta che lo sospinge in avanti, ma una parte di coloro che pretendono di dirigerlo ha il viso rivolto all’indietro, e molti, non solo i pochi che la pensano come Mussi, avrebbero bisogno una pausa di riflessione per girare la testa verso il futuro. Insomma, il congresso può aspettare».

Dopo Walter Veltroni, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani, Matteo Renzi, Maurizio Martina e le reggenze di Guglielmo Epifani e Matteo Orfini, e dopo la segreteria di Nicola Zingaretti, oggi è il turno di Enrico Letta. Egli è stato sufficientemente a Parigi per non farsi immischiare in liti da cortile e per disintossicarsi dalle tessere che non ha mai avuto. A tenerlo informato ci ha pensato sua moglie, Gianna Fregonara, giornalista del Corriere della Sera.

Il primo problema di Letta è stato di farsi accettare dai suoi potenziali elettori e alleati. Sicché ha fatto due mosse che sono apparse, nella loro applicazione, un poco demagogiche. Ha proposto lo ius soli e il voto ai 16 anni. Il primo tema è divisivo, il secondo è immaturo. Tuttavia argomenti adatti e utili per marcare il territorio. Al suo interno il Pd troverà, nei prossimi mesi, un momento di tregua. Ma solo perché Letta verosimilmente potrebbe fare da “solo” le candidature per le prossime politiche. Ciò gli consentirebbe di godersi  una tranquilla moratoria, il cui tempo potrebbe essere utilizzato per creare nuove forme di convivenza e strumenti di agibilità più utili al funzionamento dell’organizzazione interna. Una sorta di piattaforma Rousseau trasparente e credibile, ma anche con uno uso più responsabile delle Primarie. Insomma, un partito news generation.

Bruno Gemelli