Quando il dolore fa audience. Da Vermicino ad Avetrana, dal “dursismo” al funerale in diretta tv

Il dolore è qualcosa di intimo, profondo o qualcosa che merita la spettacolarizzazione per essere definito tale? Funerali in diretta tv, avvocati del diavolo, opinionisti nei salotti del piccolo schermo, interrogatori a telecamere accese, diventano il nostro zapping preferito e i morti, così come i malati, diventano cibus dei nuovi media che accalappiano pubblico con un meccanismo di masochismo, immedesimazione e assuefazione da dark news. Il dolore dunque come leva del marketing. Il dolore come circo mediatico in una società disorientata ed imbruttita che scambia Alfonso Signorini come prete, che dà l’ultima unzione al GfVip e fa di Barbara D’urso, la paladina dei drammi altrui.

Così lo psichiatra Alessandro Meluzzi, l’ex capo dei Ris Luciano Garofano, la criminologa Roberta Bruzzone, sono entrati nelle nostre case come se fossero di famiglia. Un esercito di mostri e nuovi mostri che scandiscono le nostre giornate, tra un “caffeuccio” e l’altro (cit Barbara D’Urso).

Lo stesso discorso vale per la pubblicità che da progresso si è trasformata in disagio. Oliverio Toscani aveva già rotto gli schemi con le sue foto scandalose ma ci sono ad oggi, campagne pubblicitarie che lanciano messaggi di mercificazione della donna e trattano la malattia come esca per raccolte fondi. 

San Tommaso diceva che “il dolore se condiviso si dimezza” ma è proprio così? La domanda rimane senza risposta ma il dibattito è aperto perché, come sostiene Aldo Grasso, una cosa è soffrire, un’altra vivere con le immagini della sofferenza, che non rafforzano necessariamente la capacità di avere compassione, anzi possono anche corromperle.

Secondo studi recenti, il tempo di attenzione dedicato ai fatti di cronaca nelle reti tv è pari a un totale complessivo di 287 ore (3 ore al giorno in media). La tipologia di casi che riceve la più ampia attenzione è infatti quella attinente agli omicidi e alle scomparse.  Le emittenti che riservano un’attenzione più cospicua ai fatti di cronaca nera sono: Rai1, con Storie vere e La vita in diretta, e Canale 5, con Mattino Cinque e Pomeriggio Cinque.

La prof.ssa Anna Bisogno, autrice del libro: “La tv invadente. Il reality del dolore da Vermicino ad Avetrana” si interroga sul confine, tra informazione e spettacolo. L’informazione infatti ha cambiato modalità di approccio alla notizia contaminando i generi, dilatando l’oggetto esplorato, abusando del diritto di cronaca, cercando nuovi ambiti di appeal.

“Dall’infotainment derivano le storie del dolorismo e del dolorrore nelle quali l’informazione ha la sua parte di (ir)responsabilità esattamente come l’intrattenimento”. La TV del dolore venne sdoganata in Italia trent’anni fa. Il 13 giugno del 1981 alle 7 del mattino, milioni di telespettatori italiani assisterono impotenti alla morte di Alfredino Rampi. Era la tragedia di Vermicino. La Rai trasmise in diretta e a reti unificate per ben 18 ore la lenta agonia del povero bambino, precipitato alle 19 di due giorni prima in un pozzo. Ma è con Vermicino che si assiste, dal punto di vista narrativo, alla prima vera commistione tra generi televisivi differenti.

Anche la vicenda, brutale e inquietante, di Sara Scazzi si è prestata pienamente al cliché di uno storytelling televisivo che si “intrattiene” sul dolore, raccontandolo con le caratteristiche dell’informazione. In diretta tv, presenti: la madre, la zia e la cugina (di Sarah). Rispettivamente: moglie e figlia dell’assassino. La novità è che lo spettacolo del dolore, stavolta, non solo è avvenuto in diretta ma è stato predisposto prima, per quanto in modo inconsapevole.

Rossana Muraca