L’aureola dei Borbone e gli inginocchiatoi. La perenne questione meridionale

Si torna, ancora una volta, a parlare di “questione meridionale”. Specie ora che il governo Draghi sembra avere una palese “vocazione” nordista o che, in ogni caso, almeno dalle linee programmatiche tracciate, evidenzia scarsa attenzione per il sud del Paese. Eppure, fu un giornalista e avvocato lombardo,

Antonio Billia, esponente della sinistra radicale della seconda metà dell’Ottocento e che era stato anche deputato del Regno d’Italia, a coniare il termine “questione meridionale” per definire la drammatica situazione, anche dopo l’unificazione, nella quale versavano l’economia e la società del sud rispetto al resto del Paese. Le problematiche sviscerate da Billia, convinto e illuminato assertore di un’unità non solo geografica, ancorché le risultanze oggettive della rivoluzione industriale fossero tardive all’epoca anche nella sua Lombardia (ancora prevalentemente caratterizzata dall’agricoltura), divennero in seguito elementi di valutazione politica ed economica e lo sono tuttora.

La questione meridionale divenne oggetto di programmi politici non sempre realizzati o realizzabili, dando luogo al meridionalismo, non una corrente di pensiero ma un insieme di analisi e proposte per ridurre il “gap” tra nord (la cui scalata economica e sociale andò gradualmente a concretizzarsi generando profitti e benessere) e sud. Ma non bastò al lucano Francesco Saverio Nitti, sia quando ricopriva la carica di Presidente del Consiglio che di Ministro, una disamina attenta e quanto più possibile globale o entrare nelle ragioni del brigantaggio, di quel fenomeno discusso e controverso che pure ebbe un ruolo nell’unificazione e che aveva radici profonde nella ribellione ai Borbone (che non erano certo dotati di aureola, come si legge in qualche scritto neoborbonico di autori noti e meno noti).

Gaetano Salvemini, meridionale anch’egli, di Molfetta, nel 1908, al X Congresso del Partito Socialista, aveva sottolineato la necessità di realizzare un progetto di oggettiva armonizzazione in tutto il Paese, un progetto che potesse tradursi in un reale riformismo, vantaggioso per l’intera nazione e che avrebbe davvero portato all’unificazione economica e sociale.

Ma non è questa la sede per ripassare la storia della questione meridionale. Già il fatto stesso che ancora oggi si reiteri questa definizione è, per i meridionali (ma deve esserlo per l’Italia intera), elemento di discriminazione, fastidiosa discriminazione, peraltro sempre più accentuata. Dall’inizio dello scorso secolo ad oggi, passando per il ventennio fascista, il meridione è stato considerato una “risorsa” ma solo per le guerre e per le migrazioni continentali e oltre Oceano, e la gente del sud ha continuato e continua ancora oggi a subire, sentendosi anche dire di non essere votata al cambiamento e al progresso. Le lotte contadine, quando sono terminate altrove, sono proseguite qui da noi, sanguinosamente, esiste ancora il retaggio di un “feudalesimo culturale” che in molti casi si vuole non venga abbattuto, e anche quando l’Italia è diventata repubblica il meridione è stato gestito all’insegna dell’assistenzialismo, attraverso la Casmez, l’Isveimer, la realizzazione di opere spesso inutili e che non hanno generato la concretizzazione delle promesse del potere e l’incremento dell’occupazione. Una sorta di colonialismo vestito da democrazia (o, se vogliamo, di pseudo-democrazia colonialistica), e le presenze leghiste nelle istituzioni, in molte aree del sue e nelle isole, in netto contrasto con gli indirizzi del movimento padano (definirlo pensiero equivarrebbe a mortificare il ricordo di Nitti, Salvemini e molti altri), ne sono la prova provata. Il riscatto del meridione non riguarda solo le ingiustizie subite nel tempo ma va inteso propositivamente, deve essere un lavoro continuo su un terreno fertile, ricco di professionalità, laboriosità e cultura (siamo magnogreci!) da coltivare per ottenere raccolti importanti per qualità e quantità. Il destino dipende dalla gente del sud, a giocarcelo siamo noi, saremo noi. Non tolleriamo, né tollereremo, discriminazioni e sfruttamenti, ma pretendiamo una società più giusta e scevra da qualsiasi condizionamento, legale e illegale. Spesso si parla e si scrive, e anche tanto, ma si continuano a utilizzare gli “inginocchiatoi” allorquando si è chiamati alle urne.

Letterio Licordari