Sanremo e pandemia, italiani davanti alla tv come gli americani per il SuperBowl tra gossip e critiche

Sono 71 anni che milioni di italiani fermano le proprie usanze quotidiane, meglio ancora serali, per mettersi comodi e guardare, gustare, esaminare tutto ciò che si osserva durante la kermesse canora più famosa in assoluto.  

Simile dinamica si osserva in America, luogo in cui ogni anno milioni di persone rimangono incollate allo schermo della propria televisione per un evento atteso ed amato: il SuperBowl, non una semplice partita di football, ma un vero e proprio show che vale milioni di dollari. Ma perché succede questo? Analizzando meglio, infatti, si osserva che, paradossalmente, molti telespettatori di trasmissioni storiche le seguono sia perché le amano, sia perché semplicemente le demoliscono e distruggono.

In un’intervista di Giovanbattista Presti, professore di Psicologia Generale all’Università Kore di Enna, si legge “Come esseri umani noi siamo costruiti per la socialità… Quindi siamo disegnati per stare insieme e per fare gruppo. In questo modo ci costruiamo eventi che ci fanno stare insieme, dagli antichi romani con il circo per gli spettacoli dei gladiatori, per i giochi ludici, fino ai grandi happening di piazza. Noi creiamo eventi per stare in gruppo”. Il Professore continua “Sanremo è un aggregatore … Ad esempio non tutti sono interessati al Super Bowl, ma diventa un catalizzatore per fare stare insieme un gruppo. Così Sanremo. L’interesse non sempre è per le canzoni, anzi. Se guardiamo anche i giornali non sempre emerge la canzone, più che altro emergono i gossip, i vestiti, come si è comportata la diva. E ora che la famiglia è diventata la famiglia social, si scatenano i cinguettii su Twitter o i post su Facebook per criticare o elogiare qualsiasi cosa. Ci sono tutti gli elementi per poter chiacchierare».

Sembrerebbe, quindi, che pur di ritrovarsi in gruppo a parlare dello stesso argomento, si sopportino ore e ore di trasmissione per il semplice gusto della critica, positiva o negativa.

Naturalmente c’è altro!

Il Festival, fenomeno capace di suscitare il totale disinteresse per un lungo lasso di tempo e ad attrarre la massima attenzione nell’arco di una sola settimana, onora la tradizione della canzone italiana, ammirata ovunque. Fa parte della nostra cultura nazionale e ne diventa parte identitaria. A volte abbiamo l’impressione di un Festival troppo tradizionale o troppo innovativo a seconda dell’evoluzione dei gusti musicali presentati, ma ad un’attenta analisi è proprio il Festival che sembra seguire, meglio ancora dettare l’andamento dell’evoluzione culturale del Paese.

Di fatto il “festival della musica italiana” ci aiuta a sentire l’appartenenza al nostro Paese, in un momento storico, tra altro, in cui questo senso di coesione ed appartenenza sembra essere stato messo profondamente in discussione anche per il Covid-19 che, oggi, nell’intervallo temporale di un anno continua a tenere distanti.

Mai come quest’anno, il Festival ci è servito per sentirci più uniti, più simili, per credere (seppur illusoriamente) per qualche settimana che, in fondo, si possa riprendere la vita di sempre: che ci siamo ancora e che, nonostante tutto, il Festival, patrimonio di tutti non ci è stato tolto dalla pandemia.

Rossella Palmieri