Webinar. Una nuova struttura organizzativa della sanità in Calabria

“Rivoluzione Sanità” è il titolo di una proposta di riforma, per “una nuova struttura organizzativa della sanità in Calabria”, a firma del medico cosentino Mario Bozzo e dell’ingegnere Domenico Gimigliano. Il documento, apparso per la prima volta tre anni fa e

aggiornato in piena pandemia, è riproposto nell’ambito di un webinar indetto dall’Associazione G. Dossetti per mettere a confronto la strategia disegnata da Bozzo e Gimigliano con altri professionisti e specialisti sanitari e del management pubblico.

La proposta di Bozzo e Gimigliano consiste nell’adeguamento della rete ospedaliera calabrese, realizzata negli anni ‘60, ai mutamenti della domanda sanitaria e al progresso tecnologico. Un cambio di paradigma che risulta dalla crisi del modello precedente: per rientrare dal disavanzo di gestione rivelatosi con la regionalizzazione della Sanità, la classe

politica ha preferito chiudere, invece di ristrutturare, gli ospedali zonali “complementari alla rete di ospedali provinciali e regionali”, incentivando gli investimenti privati in strutture convenzionate con il pubblico. “La riapertura degli ospedali zonali ci sembra una priorità assoluta, per superare l’emergenza e anche dopo, per avviare un’opera, è il caso di dirlo, di risanamento credibile”.

L’emergenza Covid-19 ha messo in luce una volta di più le gravi carenze della sanità in Calabria, regione inclusa dal DPCM 3 novembre 2020 nelle aree di più alta criticità, cosiddette “zone rosse”, sebbene i numeri assoluti del contagio non apparissero tanto gravi. Decenni di mala gestione, politica e amministrativa, hanno squalificato il servizio sanitario regionale che non è neanche in grado di assicurare i livelli essenziali di assistenza (LEA). A questo proposito il presidente dell’Associazione Dossetti, Paolo Palma, ricorda che per sua natura l’Associazione è attenta alla tematica dossettiana della “democrazia sostanziale”, quindi della eguaglianza sostanziale, rilevando che la pandemia sta invece facendo crescere le disuguaglianze e che la Calabria è in condizioni di particolare fragilità nella sanità pubblica, malgrado abbia medici e paramedici eccellenti. “La pandemia sta rendendo più cogente la domanda di beni comuni e perciò la Calabria deve invertire la rotta, che ha visto finora il prevalere del clientelismo e dell’affarismo nella sanità, con la conseguenza che i livelli essenziali di assistenza, i famosi LEA, nella nostra regione sono piuttosto livelli essenziali aleatori. Per la Dossetti la sanità in Calabria è il primo punto di una seria, radicale lotta alle disuguaglianze”.

Nerina Dirindin, economista presso l’Università di Torino, già sentarice e dirigente generale del Ministero della Salute, spiega che “Le pandemie, nella storia, hanno sempre costretto gli uomini a cambiare, a pensare ad un mondo nuovo e nel nostro caso ad un sistema sanitario nuovo. Dirindin ammonisce i calabresi a non guardare al sistema sanitario delle regioni che prima del Covid si credevano “eccellenti” come ad una normalità alla quale tendere uscendo dalla pandemia: “abbiamo bisogno di una normalità nuova”. “Dobbiamo abbandonare l’idea neoliberista, dilagante negli ultimi decenni, che si crogiolava nell’illusione che il mercato fosse in grado di risolvere automaticamente tutti i problemi”. “Gli erogatori privati – prosegue Dirindin – non hanno la capacità, se non entro certi limiti, di rispondere ai veri bisogni dei cittadini, specie in emergenza”.

Secondo l’ex parlamentare, interpellata dalla Dossetti, “dobbiamo ridare motivazione agli operatori della sanità pubblica e speranza ai cittadini di trovare nel proprio territorio la risposta ai problemi di salute”. Per questo non servirebbero piani macroscopici ma un doppio binario: programmazione di medio periodo e interventi volti nel breve termine a testimoniare il cambiamento possibile. Il rilancio della sanità pubblica in Calabria passa, secondo Dirindin, attraverso la prevenzione, il territorio, le eccellenze e l’integrità. La Calabria deve fare più screening oncologici. L’assistenza domiciliare deve filtrare i ricoveri in ospedale e ridurre quelli nelle RSA; può curare le malattie croniche e prevenire le complicanze, evitando ulteriori ricoveri. In questa regione ci sono eccellenze ospedaliere vere ma bisogna capire come e perché funzionano e riprodurle altrove. Anche il personale può essere riqualificato e formato per le nuove soluzioni: “gli operatori devono capire che cosa vuol dire fare sanità pubblica”. Infine, l’importanza della lotta alla corruzione e alle infiltrazioni mafiose, attraverso un’operazione culturale che parta dal sostegno agli operatori che si espomgono.

Il presidente dell’Ordine dei Medici di Cosenza, Eugenio Corcioni, denuncia la persistenza di pratiche clientelari, avallate dagli stessi commissari ad acta per l’attuazione del piano di rientro, che la politica dovrebbe abbandonare per assumere in pianta stabile le figure professionali che renderebbero il servizio sanitario regionale più efficiente. Corcioni critica il ritardo nella nomina dello staff di 25 esperti, che il decreto Calabria bis affida al Commissario regionale, e i criteri di scelta dei Commissari aziendali.

A Corcioni fa eco Rosalbino Cerra, segretario regionale della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale (FIMMG), che chiede la riorganizzazione del territorio a partire dall’assistenza domiciliare integrata (ADI). Cerra ripropone i risultati di una sperimentazione che dal 2013 avrebbe ridotto gli accessi in ospedale, le liste di attesa e la spesa farmaceutica grazie all’aggregazione di medici di famiglia in alcune ASP. Annuncia che “Dal 1 gennaio 2021 in provincia di CS sono partite le prime 2 aggregazioni funzionali territoriali (AFT) sulle 33 previste. Tuttavia non sono ancora attive le Unità complesse di cure primarie che dovranno essere allocate nelle Case della Salute con la diagnostica, la specialistica e altri servizi socio-sanitari”.

Santo Gioffrè, medico-scrittore in libreria con “Ho visto. La grande truffa della sanità calabrese” (ed. Castelvecchi), mette in discussione la logica perversa del commissariamento. Per uscire dal Piano di Rientro, infatti, la Calabria dovrebbe riportare il bilancio in equilibrio e contemporaneamente adeguare le prestazioni che dipendono dalle aziende sanitarie e ospedaliere della regione ai LEA. Ma senza risorse è impossibile invertire la tendenza e recuperare le perdite. Solo l’emigrazione sanitaria determina ogni anno, come ben sappiamo, il trasferimento di 300 milioni di euro dalla Calabria alle altre regioni, specie settentrionali. “Serve la volontà della politica nazionale per interrompere il flusso di malati da Sud verso Nord” è il monito di Gino Crisci, già rettore dell’Università della Calabria, intervenuto dalla platea di acoltatori. “Se ciò accadesse, metterebbe in crisi il finanziamento dei servizi sanitari di quelle Regioni – ha aggiunto, riferendo una confidenza fattagli da un rettore di una università del Nord – e quindi a tutti conviene che le cose restino come sono”.

Le chiusure o le mancate conversioni di ospedali come il “Pasteur” di S. Marco Argentano (CS) e il “Chidichimo” di Trebisacce (CS) scoraggiano gli anziani, che rinunciano a curarsi, e gli emigrati, che vorrebbero tornare al paese di origine.

“La riconversione del Pasteur in Casa della Salute di fatto non è mai avvenuta” afferma Virginia Mariotti, al secondo mandato da sindaco di S. Marco. “Dal 2012 si parla di una ristrutturazione e di una dotazione di apparecchiature diagnostiche, per cui sono state stanziate risorse importanti, ma l’offerta dei servizi è ridotta al livello di un poliambulatorio neanche troppo efficiente e nessuna possibilità di ricovero. Il punto di primo intervento, pure essendo attivo nelle 24 ore, non è dotato di tutti i servizi di un pronto soccorso e funziona grazie all’abnegazione di chi ci lavora a mani nude, fronteggiando situazioni anche gravi che richiederebbero l’ospedalizzazione. Nella struttura sono ospitati il consultorio familiare e il distretto ASP ma i cittadini – cinquantamila nella valle dell’Esaro – chiedono un vero pronto soccorso e ambulatori efficienti; vogliono essere ripagati in termini di LEA per lo scippo dell’ospedale”.

Franco Mundo, sindaco di Trebisacce, lotta per la riapertura del “Chidichimo”, ospedale di zona disagiata chiuso da dieci anni. Il Consiglio di Stato ne ha ordinato la riapertura il 7 gennaio 2020 incaricando un commissario di eseguirla in sostituzione dell’inerte struttura commissariale presso il Dipartimento Salute della Regione Calabria. Dopo un anno ancora niente.

Tra i numerosissimi bisogni sanitari che possono essere affrontati e risolti, ma non tutti insieme, riutilizzando gli ospedali chiusi, “Rivoluzione Sanità” individua la medicina d’urgenza e l’assistenza ai malati anziani. L’attivazione di un Dipartimento di emergenza provinciale (DEA), che colleghi tutte le strutture sanitarie, garantirebbe un’assistenza uniforme su tutto il territorio, comprese le zone penalizzate dall’orografia e dai trasporti. Gli ospedali periferici dovrebbero ospitare anche le Case della Salute, previste in gran numero e mai attivate: “assieme alla capillare presenza dell’assistenza domiciliare assistita, organizzata attorno ai medici di famiglia, esse sono in grado di fornire un filtro efficace ai ricoveri impropri e nello stesso tempo di assicurare un’assistenza adeguata e dignitosa a persone in perenne ricerca di un posto letto”. “Conosciuta ed analizzata la qualità e la quantità della emigrazione sanitaria – affermano Mario Bozzo e Domenico Gimigliano nel loro documento – si possono realizzare negli ospedali periferici centri mono-specialistici altamente qualificati, complementari a quelli esistenti negli ospedali hub; quest’ultimi, liberati dai ricoveri impropri e dagli interventi di routine, possono diventare gli ospedali delle eccellenze sanitarie”.

Associazione G. Dossetti, Cosenza