Come ogni grande accadimento storico, politico, economico e sociale che riguarda un qualsiasi popolo, il fenomeno Brexit risponde a delle esigenze, a delle strategie, a delle tattiche che appartengono propriamente alla specifica storia culturale che lo ha di fatto reso possibile. In quanto tale, il Brexit non è un evento accidentale. A differenza di quanto

spesso si crede, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea (d’ora in poi ‘UE’) non è semplicemente il prodotto di una sorta di calcolo politico impostato ed eseguito male o che, addirittura, ad un certo punto sembra essere del tutto sfuggito di mano. Il fenomeno Brexit, in tutta la sua enorme complessità economica, legale, politica, storica, sociale e culturale, ha infatti innumerevoli sfaccettature. Cercare di comprendere le dinamiche e la strategia che sono alla base di questo processo, d’importanza epocale per il rapporto che la Gran Bretagna continuerà comunque ad intessere con l’UE, significa andare ad esaminare lo spirito, la visione che ha animato le tattiche specifiche degli artefici principali del Brexit.

Quali saranno dunque le dinamiche che guideranno il rapporto fra il Regno Unito e l’UE in seguito al fenomeno che chiamiamo Brexit? Che tipo di scenario si viene oggi a configurare in un’Europa che non ha più la Gran Bretagna fra i suoi stati membri? Queste sono le domande a cui tenteremo di suggerire alcune risposte plausibili, per lo meno sul piano storico e tattico. Per cercare di capire la natura e le dinamiche del rapporto che c’è, e che continuerà di fatto ad esistere, fra l’UE e il Regno Unito, è quindi necessario comprendere le ragioni fondamentali che sono alla base del Brexit. Di conseguenza, per avere un quadro sufficientemente chiaro di tutto questo, è dunque fondamentale delineare un profilo definito degli attori principali coinvolti in tale processo. Procediamo dunque con ordine.

Il fenomeno Brexit è fondamentalmente il prodotto di una cultura, di una lunga, antica storia fatta di imperi, di importanti sfere di influenza geopolitica, di immigration acts volti specificamente all’implementazione di tattiche ben calcolate. Non ultimo, il Brexit è il risultato della visione di una particolare oligarchia, quella appunto inglese, che individua tutta la propria narrativa e la sua strategia all’interno di una solida tradizione di tipo conservatorista. Un pensiero, quello appunto conservatore, che ha non solo da sempre dominato tutta la storia britannica ma che ha anche profondamente plasmato e strutturato la sua stessa cultura di massa. Una tradizione, quella inglese, che  porta con sé una storia generalmente ben poco avvezza agli slanci ed alle seduzioni emotive, men che mai all’improvvisazione sul piano tattico, politico, sociale ed economico e, al tempo stesso, alquanto refrattaria al rischio non ben preventivato e tatticamente pianificato, calcolato. Il pensiero conservatore inglese è appunto una sorta di pensiero di tipo calcolante, chiaramente tattico, costantemente orientato all’obiettivo specifico da raggiungere e che, se necessario, non ha remore nel mostrarsi totalmente spregiudicato. La storia moderna e contemporanea, con particolare riferimento al colonialismo ed al post-colonialismo britannico, mostra numerose conferme e spunti di riflessione in questa direzione. Ne rappresenta un esempio paradigmatico la cinica e spregiudicata gestione delle politiche coloniali britanniche in India, perpetrata e via via perfezionata in vari modi già nel corso del ‘700, e culminata poi nel secondo dopoguerra con la partizione di quei territori in modo da soddisfare unicamente gli interessi del Regno Unito in fase postcoloniale. Non è infatti un caso che, proprio sul nascere dell’indipendenza dell’india, nel 1947, fu l’avvocato britannico Lord Cyril Radcliffe, noto esponente dell’oligarchia inglese, ad essere incaricato a ridisegnare i confini tra l’India e il nuovo stato nascente del Pakistan. Compito che, secondo alcune testimonianze, Radcliffe portò clamorosamente a termine nel corso di un solo lunch-meeting. Quella ripartizione, che determinò il destino di svariati milioni di individui che appartenevano a religioni e culture molto diverse tra loro (principalmente induisti e musulmani), provocò una escalation di guerre e dissidi interni che portò alla morte di più di 1 milione di individui, e i cui effetti contribuiscono tuttora a mantenere quei territori in una situazione di profonda instabilità politica, sociale, ed economica. Inoltre, secondo varie ipotesi, dati, testimonianze storiche e stime approssimative, furono fra i 12 ed i 29 milioni gli indiani che morirono durante tutte le varie e numerose carestie che si verificarono durante il lungo e intenso dominio britannico in India. Durante questo periodo, infatti, le politiche coloniali britanniche imposero all’India la costante esportazione di letteralmente milioni di tonnellate di grano nel Regno Unito, contribuendo così a ridurre gran parte del territorio indiano ad una semicostante carestia. Uno degli episodi storici più tristemente famosi a riguardo fu la terribile carestia che afflisse il Bengala nel 1943 (allora appunto sotto dominio britannico). Una delle cause principali che favorì il drammatico precipitare della situazione fu proprio l’improvviso dirottamento, su ordine di Churchill, di una enorme quantità di derrate alimentari originariamente pensate in supporto della gravissima situazione che si stava verificando in Bengala. Tali risorse e derrate vennero infatti reindirizzate verso le truppe britanniche stanziate in Europa, durante il secondo conflitto mondiale.

Quando, successivamente, a Churchill venne chiesto se si fosse mai sentito in qualche modo responsabile della carestia del Bengala, questa fu la sua risposta “I hate Indians. They are a beastly people with a beastly religion. The famine was their own fault for breeding like rabbits”. Un esempio ancora più recente è poi rappresentato dalla gestione delle rivolte Mau-Mau che si sono svolte in Kenya tra il 1951 e il 1960 contro il dominio britannico. Le forze coloniali britanniche risposero a tali rivolte con efferata violenza perpetrando, secondo le numerosissime testimonianze documentate, un altissimo numero di stupri, torture e maltrattamenti nei confronti delle genti del Kenya. Le autorità coloniali britanniche istituirono numerosi campi di concentramento (da alcuni denominati Britain’s gulags) in cui si stima siano stati internati almeno 1 milione di individui. Le stime sul numero di morti legati a tali rivolte e ai maltrattamenti subiti nei campi di concentramento variano tra i circa 20.000 e i 100.000. Recentemente il popolo del Kenya ha intrapreso vie legali per cercare di ottenere un risarcimento da parte del Regno Unito per le atrocità subite. Sarebbe da intendere sulla stessa linea d’azione anche l’ambiguità che si delineò all’interno della celebre vicenda che riguardò il Trattato di Londra. E cioè l’accordo firmato da Francia, Italia, Russia e Gran Bretagna sul nascere del primo conflitto mondiale. Una tattica, quella britannica, che sconfinerà poi in un vero e proprio cinico doppio gioco ai danni dell’Italia. Secondo gli accordi, al termine della guerra, insieme ad altri territori che gli vennero poi effettivamente concessi, l’Italia avrebbe dovuto godere della cessione di alcuni importanti territori che si affacciavano direttamente sul Mediterraneo. Fu proprio il conservatore britannico Arthur Balfour, all’epoca Segretario per gli Affari Esteri, ad opporsi in prima persona al fine di evitare che, al termine del conflitto, quei territori strategici sulle rotte del Mediterraneo venissero poi di fatto ceduti all’Italia. Decisivo fu il supporto segreto del presidente americano Wilson in tale frangente, che consentì la piena realizzazione degli intenti dei britannici. Le motivazioni alla base di un tale comportamento erano varie. Certamente non secondario era il fatto che la presenza marittima italiana su importanti porzioni del Mediterraneo mal si conciliava con il controllo britannico delle varie rotte che, tra le altre cose, conducevano al Canale di Suez e, da lì, poi via via fino all’India. Non dimentichiamo infatti che, proprio in quegli anni, le velleità espansionistiche italiane sul Mediterraneo si erano già spinte, sebbene con qualche insuccesso, fino alla Libia (territorio chiave per gli interessi britannici sulle tratte del Mediterraneo). Tra le altre cose, la mancata attribuzione all’Italia di tutti i territori promessi dal Trattato di Londra furono poi alcuni degli argomenti che contribuirono ad incoraggiare, proprio in quegli anni, il sorgere di movimenti nazionalisti di stampo fascista in Italia. La ritrattazione del tutto spregiudicata e disattesa delle promesse stipulate nel Trattato di Londra diedero infatti poi vita alla famosa espressione “vittoria mutilata”, che sintetizza abbastanza efficacemente i sentimenti con cui si chiusero le vicende della Prima Guerra Mondiale per l’Italia.

Questa breve sintesi esemplificativa, sul piano storico e tattico del conservatorismo britannico, è centrale per tentare di comprendere la base culturale su cui si fonda ancora oggi la visione e l’impostazione dei rapporti fra Gran Bretagna e UE, soprattutto dal punto di vista dell’oligarchia inglese. Essendo appunto proprio i conservatori inglesi non solo gli attori principali ma soprattutto gli artefici del progetto Brexit. È solo infatti all’interno di una tale visione strategica e tattica che si può comprendere la motivazione per cui il Regno Unito ha sempre e solo avuto interessi puramente strumentali, utilitaristici, e chiaramente solo a proprio vantaggio, all’interno dell’UE. Cerchiamo ora di analizzare queste dinamiche un po’ più nel dettaglio.

Al termine del secondo conflitto mondiale, la Gran Bretagna affronta una lunga e profonda crisi economica, che si protrarrà poi per vari decenni avvenire, complice anche, e forse soprattutto, il lento e doloroso declino dell’impero britannico. È infatti in questa congiuntura, nonché in quest’ottica tattica, che va interpretata l’implementazione del British Nationality Act del 1948, che consentiva di riunire sotto l’ombrello di un’unica nazionalità tutte le varie etnie e popolazioni che costituivano l’ormai decadente impero coloniale britannico, inclusi i cittadini del Commonwealth. Questa iniziativa rappresentava non solo il tentativo estremo della Gran Bretagna di mantenere vivi e accentrati i legami con i residui di un impero tanto vasto quanto ormai in declino, ma aveva anche il grande vantaggio di poter così garantire l’afflusso costante, appunto su suolo britannico, di manodopera a bassissimo costo da parte dei territori economicamente devastati da secoli o numerosi decenni (a seconda dei casi) di intenso sfruttamento coloniale. Basti pensare che, ad esempio, fino all’inizio del XVIII secolo (dunque in fase immediatamente pre-coloniale) l’India contribuiva a circa il 23-27% (a seconda dei periodi) dell’intera economia mondiale. Al termine del periodo di dominio coloniale britannico, tali valori percentuali dell’economia indiana si abbassarono fino a circa il 3%. Si trattava dunque di un impatto economico chiaramente disastroso per l’economia indiana. In un tale contesto, le politiche sulla linea del British Nationality Act ebbero l’ulteriore vantaggio di garantire ai britannici, appena usciti dal secondo conflitto mondiale, di godere di un semplice e fluido sistema di movimento e di insediamento (umano e istituzionale) all’interno dei vasti territori del Canada, dell’Australia, del Sud Africa e della Nuova Zelanda, il cui obiettivo specifico era la collocazione strategica e professionale di white British citizens in quei territori chiave del residuo imperiale. È chiaro che, a questo punto della loro storia, il generico appellativo ‘British’ non era più sufficiente ad indicare la nazionalità di un individuo britannico. Era infatti ormai necessario istituire un’esplicita distinzione formale, tutt’oggi ancora in vigore nel Regno Unito, fra cittadini white British e non-white o Asian British; successivamente, nel corso degli anni ‘50, la suddivisione formale della cittadinanza si estese fino ad includere l’appellativo di black British. Questi dettagli sono fondamentali poiché mostrano quanto sia sempre stato importante, all’intero dell’agenda delle oligarchie britanniche (inglesi, più precisamente), il controllo diretto sulle dinamiche dell’immigrazione sul loro territorio. Infatti, non è appunto affatto un caso che il Regno Unito non abbia mai aderito all’area Schengen.

Una volta superata la dolorosa e faticosa fase economica post-bellica, in cui appunto il Regno Unito poté godere di manodopera e giovane forza lavoro a basso costo, l’oligarchia britannica si rese conto che non era più necessario tenere le porte aperte a qualsiasi tipo di etnia proveniente dal Commonwealth e dai vari territori coloniali. L’ambizioso progetto della Comunità Economica Europea, la cui nascita venne infatti sancita nel 1957 con il Trattato di Roma, sembrava infatti offrire nuove ed importanti opportunità di crescita economica e sociale per il Regno Unito. Di conseguenza, nel 1962 e nel 1968, attraverso due importanti leggi sull’immigrazione (Commonwealth Immigrants Acts), si intensificò via via sempre più il controllo e le restrizioni sull’immigrazione. Queste leggi avevano infatti l’obiettivo esplicito di restringere e contrastare l’ingresso di non-white British citizens sui territori della Gran Bretagna (Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord). In alcune circostanze, come ad esempio nel caso del Kenya, tali restrizioni favorirono il sorgere di situazioni addirittura paradossali, in cui numerosissimi cittadini del Commonwealth, regolarmente in possesso di passaporto britannico, si videro negato l’ingresso in Gran Bretagna nel caso in cui non fossero in grado di dar prova di possedere un diretto legame di parentela con un cittadino naturalizzato o appunto nato in Gran Bretagna. Queste politiche ebbero dunque l’effetto di creare una sorta di ‘cittadini britannici di seconda classe’ i quali, benché fossero in possesso di passaporto britannico, tuttavia non godevano di alcun diritto diretto o automatico di ingresso in Gran Bretagna. È appunto in questo contesto storico, sociale, economico e politico che va interpretata la decisione del Regno Unito di diventare membro della Comunità Europea, siamo appunto nel gennaio del 1973.

Una decisione, quella britannica, che fu dunque sin dall’inizio di tipo strettamente utilitaristico e che comunque mirava a mantenere sempre un profondo senso di autonomia e di distanza dall’UE, soprattutto nei confronti del ben più ampio progetto europeista degli altri stati membri. E non ci riferiamo soltanto alla sua totale autonomia monetaria. La costante rivendicazione di forte autonomia britannica nei confronti dell’UE è una proprietà intrinseca delle tattiche e delle radici socio-culturali del pensiero politico inglese. Si tratta infatti di una visione, quella appunto che guida da sempre il conservatorismo specificamente inglese, che non si è mai totalmente sganciata, sul piano ideologico e tattico, dalla sua impostazione post-imperialista e postcoloniale. In altri termini, per il conservatorismo britannico, l’unica vera, ‘grande’ unione in cui vale davvero la pena credere, investire e su cui bisogna sempre concentrare tutte le risorse è il Regno Unito. E cioè, l’unione che mette appunto insieme Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord. Tutto il resto, inclusa l’UE, non sono altro che mere partnerships, opportunità da utilizzare e sfruttare ai propri scopi di crescita interni e fin quando i tempi sono favorevoli e coerenti con tali obiettivi (comunque interni) al Regno Unito.

A differenza di tali scopi e obiettivi tattici, politici e ideologici, lo storico programma che guida gli ideali europeisti si fonda invece sulla costruzione di una unione eterogenea, basata su di una valorizzazione dei regionalismi che ha il fine di indebolire e possibilmente delegittimare i nazionalismi e la vecchia concezione centralistica degli stati nazionali. Un tale programma si trova evidentemente in forte contrasto con una visione, come appunto quella britannica, che è ancora fortemente e strutturalmente ancorata ad una concezione profondamente centralista e che mai si è emancipata dalla propria architettura strategica di tipo imperialista e postcoloniale. Una concezione, quella appunto britannica, che vede ancora l’Inghilterra come il nucleo centrale e indiscutibile di un unione che guida e tiene insieme le sorti dei territori di cui di fatto è al comando (Scozia, Galles e Irlanda del Nord). Ed è proprio secondo questa impostazione tattica che andrebbe dunque interpretato l’obiettivo centrale del fenomeno Brexit: l’uscita dall’UE rappresenta infatti l’ultimo tentativo, quasi disperato, di ricucire un proprio vincolo interno ed un proprio nucleo centrale, in termini di controllo, al fine di intensificare il ruolo di centralità dell’Inghilterra nella sua guida all’interno della sua vera e propria unione. L’unica per cui gli inglesi sono disposti davvero a tutto. Il declino del Regno Unito come potenza imperiale costringe la tattica politica dei conservatori inglesi a ripiegare internamente, nel tentativo ultimo (e probabilmente disperato) di mantenere unita e sotto il proprio controllo la totalità di un Regno Unito ormai sempre più fragile, vacillante e dunque sempre meno stabile (si vedano infatti le pretese di indipendenza della Scozia, e il peso politico ormai esercitato dal partito indipendentista scozzese).

Quali sono gli scenari che si aprono dunque oggi, all’indomani dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE? Quali sono le ricadute importanti che risultano da questa separazione? Innanzitutto, dall’analisi fatta, risulta sufficientemente chiaro che il ruolo del Regno Unito all’interno dell’UE è sempre stato di natura utilitaristica e, in un certo senso autoreferenziale. Generalizzando e sintetizzando al massimo, la vera domanda a cui i britannici hanno di fatto sempre risposto ogni volta che hanno avuto la necessità di esprimere un parere, piuttosto che un veto, all’interno dell’UE è fondamentalmente del tipo: “che vantaggio ne trarrebbe il Regno Unito dall’implementazione di x, y, o z?”. In altre parole, i britannici hanno di fatto sempre messo i loro interessi interni e individuali al di sopra di qualsiasi progetto o provvedimento che mirasse a rafforzare e consolidare l’unione degli stati membri dell’UE. A suffragare, sebbene solo in maniera molto sommaria e generale, questa interpretazione della linea tattica dei britannici in Europa basta citare i numerosissimi e costanti veti, sin dai tempi della Thatcher, imposti dalla Gran Bretagna nei confronti di qualsiasi progetto o proposta in direzione della creazione di una Europa della sanità e del sociale. Questa linea tattica e politica, da parte dei britannici in Europa, non ha fatto altro che incoraggiare e favorire una situazione di immobilismo di fatto su tali fronti (l’immobilismo tipico dei veti). È importante ricordare che, negli ultimi quarant’anni circa, qualsiasi progetto che mirasse alla costruzione di importanti meccanismi di sussidiarietà e solidarietà reciproca fra gli stati membri dell’UE hanno sempre ricevuto il veto della Gran Bretagna. E questo perché, come abbiamo appunto illustrato sopra, tali progetti non rientravano minimamente all’interno dell’agenda tattica e politica dei britannici. Fondamentalmente, la creazione di un’Europa della sanità e del sociale non ha mai potuto prendere corpo in Europa poiché i veti della Gran Bretagna hanno sempre ostacolato questa possibilità. Da questo punto di vista, la storia e l’evoluzione dell’UE è stata fortemente condizionata dal ruolo dei britannici all’interno della comunità europea. I veti della Gran Bretagna avevano di fatto sempre avuto il seguente significato in Europa: “il sociale e il sanitario sono settori che ogni singolo paese si gestisce a modo suo”.

Secondo il parere di numerosi analisti, storici e scienziati politici, senza il Brexit, e dunque senza l’uscita dei britannici dall’UE, sarebbe stata assai improbabile l’istituzione di un pacchetto di risposta europea alla crisi determinata dal Covid-19, come lo è ad esempio il Recovery Fund. Con l’uscita della Gran Bretagna dall’UE, infatti, non solo sono venuti a mancare i veti nei confronti di tali progetti di sussidiarietà in ambito comunitario, ma si è inoltre riconfigurato in maniera molto importante l’equilibrio fra gli stati europei che sono alla guida dell’unione. Una delle conseguenze più chiare ed evidenti all’interno dell’UE, in seguito al Brexit, è stato infatti il rafforzamento dell’asse franco-tedesco in seguito ad un indebolimento della linea degli stati europei più ‘nordici’, che spesso trovavano un forte alleato proprio nel Regno Unito. Un tale riequilibrio ha dunque certamente giocato un ruolo determinante e decisivo per la creazione e l’istituzione del recente Recovery Fund. Non è dunque forse un caso che un tale programma di risposta comunitaria assolutamente senza precedenti nell’intera storia dell’UE, come lo è appunto il Recovery Fund, sia stato reso possibile ed implementabile soltanto in seguito all’uscita del Regno Unito dall’UE. Se questo è vero, non è dunque difficile concludere che l’uscita del Regno Unito dall’UE non rappresenta necessariamente un fattore negativo per l’Europa. Anzi, sotto vari punti di vista, il Brexit può di fatto significare, proprio per l’Europa comunitaria, la scomparsa di uno degli anelli probabilmente fra i più deboli all’interno della lunga e complessa catena che costituisce l’ambizioso progetto europeista.

Fabrizio Bonacci