America’s Cup, da “Azzurra” a “Luna Rossa”: agli italiani tanti ricordi. Vince ancora “New Zeland”

I milioni di tifosi che per diverse notti hanno fissato la sveglia alle 4 del mattino ricorderanno col cuore Luna Rossa. Anche se dopo il 3 a 3 ad Auckland ci sono state ondate d’emozioni e tantissime delusioni. America’s Cup quest’anno è stata per gli italiani una favola senza happy end, con l’entusiasmo del Round Robin prima e della Prada Cup, gare eliminatorie vinte con grande merito dal team tutto italianissimo tranne uno, il lupo di mare James Spithill.

Luna Rossa battuta per 7 a 3 da New Zealand, che non ha lasciato fiato, non ha perso il vento nelle ultime quattro regate, tranne una sola volta, per poi riprendersi subito sorprendentemente e riscattarsi vincendo. In un teatro come la Auckland Bay che non perdona, che i marinai neozelandesi conoscono meglio delle loro tasche, come i carioca il Maracanà o gli inglesi con Wembley. Beccano ogni alito di vento, cavalcano ogni salto di brezza, calcolano destra e sinistra in modo millimetrico, ma soprattutto riescono a superare i 30 nodi come bere un caffè al bar del lungomare. Le tattiche furbesche dei due timonieri di Luna Rossa Prada Pirelli, il palermitano Checco Bruni e l’australiano Spithill, sono valse a poco. Un po’ come la Ferrari l’anno scorso, bella, rossa, ricca, sessualmente rilevante, ma lenta in rettifilo e ballerina in curva. Ed anche pasticciona.

  Dopo aver battuto sonoramente per 7 a 1 gli inglesi di Ben Ainslie, col titolone di Sir impartito dall’eterna Regina Elisabetta, sembrava non ci fossero limiti per l’equipaggio tricolore. Che esultava in modalità british dopo le sue vittorie, tutti composti e senza cori da stadio a bordo. Si sono fatti sfuggire solo un “forza Palermo” che gli oceanici non hanno nemmeno recepito.

  Poi la finale tra il defender del Nuovo Mondo e il challenger italico del Vecchio Mondo. In gioco non c’erano solo equipaggi, uomini dalle braccia forti e con la pelle bruciata da sale e sole. Tra le due barche correvano millenni di storia: da una parte le triremi dell’Impero Augusteo con i rostri di 2.500 anni fa alla conquista del Mediterraneo e oltre, ma anche bei tipi come Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci; dalla parte avversa le piccole canoe dei maori che sbarcarono sulle isole neozelandesi intorno al 1.100 dopo Cristo, e l’olandese Cook che approdò qualche settimana fa. Ma la storia nella vela abbiamo imparato che conta poco più di un tubo, perché l’America’s Cup se la palleggiano dal 1851 solo Stati Uniti e Nuova Zelanda. Due volte addirittura vinse Alinghi, barca con bandiera della Svizzera, dove il mare non c’è mai stato, nemmeno quando dominavano i dinosauri su tutto.

  Andiamo a noi: Azzurra, la barca che insegnò agli italiani cosa sono la vela e America’s Cup negli Ottanta, arrivò in semifinale per due volte. Senza poter passare oltre, ma regalando agli italiani sempre grandissime emozioni. E tante bambine nostrane, oggi cresciute, si chiamano Azzurra perché i loro papà sono stati quelli che caricavano la sveglia alle 4, andando poi al lavoro con gli occhi strabuzzati ma contenti.

  Erano barche vere, quelle cioè che poggiavano tutto lo scafo sull’onda, con tante vele che in corsa si dovevano ammainare, e altre si issavano. Come in un romanzo eroico di Joseph Conrad, o nell’Odissea del mitico Ulisse. Ma l’evoluzione investe anche sul mare, e sono arrivati i catamarani da corsa, sicuramente meno spettacolari e a volte troppo goffi e poco maneggevoli. Ad Auckland invece ci sono stati degli oggetti volanti identificati, li chiamano AC75, sono leggerissimi in fibra di carbonio, volano sul pelo dell’acqua, hanno due ali come grandissimi gabbiani, e soprattutto non sono costretti ad ammainare e issare le vele né di poppa né di bolina.

Non ci sono più le barche d’una volta. Sia con gli scafi in acqua, sia in aria, quelli che sui maori hanno preso il sopravvento arrivando dalla Vecchia Europa pochi secoli fa, ci hanno dato 7 lezioni. Noi solo 3. Ma il sogno, quello bello, c’è stato. Rimane in testa, e si punta tutto sulla prossima.

Vinicio Leonetti