La governamentalizzazione dello Stato, vale a dire una prassi di potere in nome della scienza

Huxley e Orwell si sono dimostrati preveggenti rispetto lo spirito del tempo, il primo più del secondo. In pochi avrebbero però potuto immaginare cosa sarebbe stato, oggi, lo zeitgeist. La letteratura ha anticipato la realtà. C’è chi ha tracciato, negli anni relativamente più recenti,

delle linee indicative sul controllo e sui dispositivi di coercizione che ha visto il capitalismo astuto nel sapersi rinnovare, proprio nel momento in cui si pensava potesse addirittura implodere. Michel Foucault ha più di chiunque altro interpretato lo strumento-dispositivo della crisi come metodo di governo, mettendo a tema in ‘Nascita della biopolitica’ il paradigma di amministrazione delle cose e delle persone. Ha in estrema sintesi sviluppato e teorizzato il concetto di ‘governamentalità’ ovvero l’arte del governo che mediante un insieme di procedure, garantisce la presa in carico delle popolazioni e assicura il ‘governo dei viventi’: la governamentalizzazione dello Stato, vale a dire una prassi di potere in nome della scienza che viene rivendicata come legittimazione, volta a plasmare le azioni degli individui senza contraddittorio. Un concetto di ‘salute’ in cui si intrecciano scienza e politica, tale da richiedere un controllo sostanzialmente assolutista. Le caratteristiche biologiche della popolazione diventano fattori centrali per il goveno dell’economia. Il corpo si trasforma dunque da materia vivente a realtà biopolitca: medicina come strategia di controllo, un potere ‘pastorale’ che genera un’apposita struttura amministrativa che osserva, uniforma e organizza le coscienze e le pratiche. Ecco dunque il controllo politico-medico della popolazione, a oggi sempre più sola, isolata. La sorveglianza sugli individui non si realizza più solamente attraverso la coscienze e l’ideologia ma anche nei corpi e con i corpi. Nasce la biopolitica in cui il corpo degli individui diventa il luogo in cui il (bio)potere si esercita. Un tema quanto mai attuale, essendoci un ordine del potere gestionale delle vite. Crisi come metodo di governo, dunque. Il neoliberismo ha dimostrato di sguazzare nella crisi, prodotta e riprodotta per essere ‘governata’ con tecnicismi insindacabili e necessità sistemiche dato lo stato di emergenza che nei fatti veicolano scelte politiche e di classe. L’emergenza epidemiologica contingente è nei fatti un metodo di governo, accettato compiutamente e ciò che appariva inammissibile diventa giusto. Chi manifesta contrarietà, seppure oculata, viene tacciato come incolto e criminalizzato. Il potere fa quello che vuole sempre e comunque e le masse lo rincorrono per un’accettazione sociale, oggi bramata più che mai. Il pericolo ‘coronavirus’ ha permesso di istituire una razionalità politica emergenziale funzionale al potere, oggi non più nelle mani degli Stati ma dei privati, dell’alta finanza, delle multinazionali. Sovrano oggi è chi decide della vita e dell’esistenza del pericolo di morte. Lo stato di emergenza al tempo del Covid-19 è una nuova normalità, decisa a seconda durata del rischio. Misure emergenziali che riducono le libertà e comprimono i diritti che stanno acquisendo un senso cronico – seppure nel tempo contingentato dell’emergenza – nel momento in cui l’emergenza stessa è destinata a reiterarsi, facendo sì che ciò che nella ‘normalità’ sarebbe inaccettabile, si volga come necessario con la sospensione dei procedimenti democratici che però a lungo andare determinerà (o ha già determinato) nuovi modi di intendere la vita e la libertà. Il potere (oggi privato) ha testimoniato, ancora una volta, la grande abilità di gestione degli accadimenti, volgendoli a proprio favore per potenziare se stesso – al di là di ogni ‘buona intenzione’ – in un presente repressivo e dispotico.

Antonio Sergi