Ci si aspetta che le nuove generazioni siano “più avanti”, più “moderne”, che a loro “certe cose” non debbano più succedere. Questo sentimento è forte soprattutto nei confronti delle ragazze, perché le donne hanno fatto – a partire dalla seconda metà del Novecento, in Italia

e un po’ ovunque nel mondo – una impressionante rivoluzione sociale e culturale che non solo ha messo nell’agenda politica il concetto “uguaglianza di genere”, ma ha anche aperto tanti spazi alla partecipazione femminile, dallo studio dove ovunque primeggiano, al lavoro e anche, seppure in maniera più stentata, istituzioni. Poi succede l’ennesimo femminicidio, a Caccamo, in Sicilia. E questa volta è una giovane di 17 anni, Roberta Siragusa, a essere uccisa

dal suo fidanzato di poco più grande, Pietro Morreale, 19 anni, che già in precedenza aveva alzato le mani su di lei colpendola con un pugno. E allora la certezza che per “le giovani” le cose – quando si tratta delle relazioni di coppia – siano cambiate, vacilla.
Siamo costrette a constatare che il modello patriarcale resiste, eccome, come noi attiviste e operatrici dei centri antiviolenza continuiamo a ripetere. Che la “gelosia” è solo una parola – sbagliata – per dare un nome e una spiegazione a comportamenti – la violenza maschile contro le donne – che hanno a che fare molto di più con il senso di possesso, con il considerare la propria partner alla stregua di un oggetto, di una marionetta che può e deve muoversi solo in base ai comandi che le sono dati, e con il controllo ossessivo del suo corpo, delle sue relazioni, delle sue amicizie, dei suoi desideri. Tutto deve essere riportato nell’alveo ristretto di ciò che è deciso e previsto dal partner. 
Il modello è sempre lo stesso: quello dell’uomo cacciatore e della donna preda. Che una volta catturata deve obbedire, adeguarsi alle nuove regole. Se è bella, la ragazza, il controllo che le viene imposto dal partner che si è “aggiudicato” la “preda”, certamente sottratta ad altri possibili corteggiatori, diventa ossessivo. E guai se lei continua a comportarsi come prima, come quando aveva destato l’attenzione del ragazzo “cacciatore” che ora si dichiara “suo fidanzato”.
In tutto questo non c’è niente di “moderno”. Sono i soliti vecchi modelli patriarcali, che dividevano le donne in “madonne” e “puttane”, e questo senza che ci fosse bisogno alcuno di esercitare la professione più antica del mondo.
A rafforzare questo sguardo e questa percezione culturale, contribuendo alla sua persistenza, ci sono i media. Che immediatamente si buttano sulla storia e ci si stupisce che non si rendano conto di come continuino a rafforzare il pregiudizio sessista che legittima la violenza.
In un lancio di AdnKronos riportato da numerosi media online e dedicato alla vicenda sono riportate le parole dell’avvocato difensore dell’autore del femminicidio così: “È devastato per la perdita della sua fidanzata”. La perdita.
Così il femminicidio diventa una “perdita” e i media invitano implicitamente a empatizzare con il femminicida, poverino, devastato… per averla persa. Senza alcuna responsabilità nell’averla ammazzata.
Stride con tutto questo un’altra intervista riportata sempre da AdnKronos, quella con la catechista che aveva avuto tra i suoi allievi Pietro Morreale, che riporta come “in paese dicevano che la maltrattava”. Ecco, anche questo è coerente alla vecchia – e patriarcale – regola per cui si sa che un uomo maltratta la sua compagna, ma non si fa niente, al massimo se ne parla, quasi fosse un pettegolezzo qualsiasi, ma non si interviene. Perché i panni sporchi si lavano in famiglia.
Questo è solo uno degli esempi. Un altro – sotto gli occhi di tutti e denunciato da D.i.Re – è il modo in cui il programma Non è l’arena condotto da Massimo Giletti su La7 ha trattato le ragazze che hanno denunciato per stupro l’imprenditore Alberto Genovese. Nadia Somma, consigliera di D.i.Re per l’Emilia Romagna, sul blog dell’associazione su Huffington Post si chiede: “Dobbiamo prendere atto che esiste ancora la convinzione che le donne vittime di violenza siano corresponsabili? O che si possa gettare fango sulle vittime orientando l’opinione pubblica a dubitare sempre della testimonianza della vittima di uno stupro?
Ancora una volta sono loro a doversi discolpare per aver partecipato a delle feste di una Milano percepita come quella “che conta”, della loro ingenuità di 18 enni, del loro uso della cocaina, del loro approccio con il sesso, del loro tirare tardi la notte anziché stare a casa con mamma e papà.
No. Non possiamo cavarcela dando alle ragazze – ancora una volta – la responsabilità di costruire il cambiamento sociale e culturale necessario a prevenire la violenza. Questo cambiamento – più necessario che mai, tanto stride la violenza maschile con il senso di autonomia e possibilità che pure le donne e le ragazze respirano – può essere costruito solo con il contributo di tutti/e.
I centri antiviolenza sono in prima fila da sempre, su questa strada, perché sanno che cambiare la cultura dell’oppressione femminile significa concretamente prevenire la violenza. È ora che anche i media e le istituzioni facciano la loro parte. Sul serio.

Antonella Veltri