Video hard, revenge porn e preside condannata: chi è davvero il lupo cattivo?

La storia è nota ai più. Una giovane insegnante di asilo del Torinese viene spinta a dimettersi dopo che il fidanzato diffonde online alcune sue foto intime. Scoppia lo scandalo e la direttrice dell’istituto, per salvaguardare il buon nome della scuola, costringe l’educatrice alle dimissioni.

Nei giorni scorsi, a distanza di tre anni, la maestra vittima di revenge porn è riuscita a ottenere giustizia: l’ex datrice di lavoro è stata condannata a 13 mesi di reclusione per violenza privata e diffamazione. Se la reazione della parte lesa è stata comprensibilmente di sollievo e di gioia, quella dell’imputata è apparsa piuttosto critica e provocatoria: “Siamo tutti lupi cattivi in una storia raccontata male”. Come dire, da persecutrice a presunta perseguitata.  È davvero così? Bisogna ammettere che di storie raccontate in modo distorto e poi riscritte dal tempo ci sono tanti esempi.

Le sentenze poi, per quanto giuste e motivate, non possono cogliere ogni sfumatura e spiegare tutti i perché. E, soprattutto, a volte le sentenze sbagliano. Basti pensare ai clamorosi errori giudiziari che hanno segnato la nostra storia recente (uno su tutti: l’arresto di Enzo Tortora). Dunque ho provato a mettermi nei panni e nella testa della signora condannata, cercando di immaginare un’altra verità oltre a quella giudiziaria, per tentare di comprendere se il mostro è stato costruito a tavolino o se c’è davvero un lupo cattivo in questa storia così grottesca.

Premesso che sembra di avere a che fare non con uno, ma con un branco di lupi – oltre alla dirigente, il fidanzato “gentiluomo” che divulga le foto private, la mamma bigotta che sputtana l’insegnante, le colleghe arpie che mettono alla gogna la vittima –, chi in questo caso avrebbe dovuto mostrare la strada – la preside – ha perso lucidità. Perché? Diciamo la verità: dirigere una scuola comporta molte responsabilità e tra queste ce n’è una particolarmente onerosa: dialogare con le mamme e i papà. Più gli alunni sonno piccoli, più i genitori sono (giustamente) presenti e attenti alla vita scolastica dei loro figli. A volte (per fortuna non tutti) lo sono troppo. “Quell’insegnante dà una montagna di compiti, quello ne dà troppo pochi; quella esagera con le attività extracurricolari e toglie tempo alle lezioni, quella non aderisce ad alcun progetto; quella ha fatto vedere film con una scena di sesso, quella non è mai entrata in un cinema; quella è troppo moderna, quella è troppo vecchia (la lista, ca va sans dire, potrebbe continuare all’infinito). Le lamentele ai tempi di Internet corrono poi alla velocità della luce negli orridi gruppi whatsapp, e in un battibaleno si costituiscono delegazioni di agguerriti genitori pronti a chiedere l’intervento, quasi mai risolutivo, dei dirigenti per questioni anche risibili. Quale tsunami, allora, per il coinvolgimento di un’insegnante di asilo in una brutta storia di revenge porn? La direttrice ha deciso di licenziare la maestra per salvaguardare la reputazone della scuola. Lo scandalo avrebbe potuto portarle via molti iscritti e di conseguenza rette e lavoro. Il sacrificio di una per non far affondare tutta la nave. Comprensibile? Certamente no. Perché la maestra andava tutelata e invece è stata villipesa due volte. La sentenza di condanna farà giustamente storia. Ma il lupo cattivo forse è da cercare altrove: in una bieca mentalità che ancora non è in grado di parlare serenamente di corpo delle donne e di libertà sessuale; in una vile cultura maschilista che pensa sia lecito rovinare la reputazione di una donna cannabilizzandone la vita intima; e poi in un’altra cultura sessista ad esclusivo appannaggio delle donne. Le quali anziché fare rete e solidarizzare contro gli abusi agiscono l’una contro l’altra armata, spinte da un afflato moralizzatore che fa andare indietro la storia di millenni, procurando danni incalcolabili alle stesse donne e a quei figli e figlie che si pensa ingenuamente di proteggere (dalla lupa cattiva?).

Alessandra Moraca