Da quando si è insediato Draghi, Renzi si è sentito poco e niente. Tranne che per attribuirsi la paternità di quella creatura a più teste, che è il governo Draghi. Per il resto, niente, eccezion fatta per qualche intervista ad alcune testate giornalistiche

straniere. Che sia finalmente giunto il momento della sua definitiva irrilevanza? Troppo presto per gioire. Sta di fatto che, dopo le prime esultanze per il cosiddetto governo dei migliori, alla luce delle prime guerre intestine tra i diversi esponenti di questa strana maggioranza, l’ammucchiata non lascia presagire nulla di buono. Mettiamola in una prospettiva più benevola: il sobrio Draghi ne avrà di ostacoli da superare nel suo intento di anteporre i fatti alle parole! Un’alleanza così innaturale non può che generare querelle, dibattiti e spinose batracomiomachie, animose battaglie tra topi e rane costretti a convivere soffocando le loro naturali differenze. Allora mi chiedo: era necessario scomodare un’alta personalità come Draghi che sarà costretto a mediare tra duellanti in continua campagna elettorale? Era necessario

licenziare il povero Gualtieri, lodato dall’Europa per l’approccio generale e per il dialogo costruttivo intrapreso finora? Era proprio necessario riesumare il ministro Brunetta che fino a qualche mese fa lanciava fulmini e saette contro lo smart working, irridente nei confronti de lavoro in remoto? Era necessario offrire nuove chance a Maria Stella Gelmini, dopo che quest’ultima in tempi non remoti aveva tagliato circa 8 miliardi alla scuola, licenziato 87.400 docenti, ridotto l’offerta didattica da 40 ore a 24, eliminato le compresenze, uno degli elementi più innovativi del nostro sistema scolastico, e altre (numerose, purtroppo) nefandezze del genere? Era necessario coinvolgere statisti della statura di Garavaglia, pronto ad abbaiare al primo provvedimento del ministro Speranza, come se ancora si agitasse sugli scranni dell’opposizione, pur di non deludere l’elettorato degli imprenditori del Nord, storditi dai cambi di rotta della Lega? Era necessario dare nuovo potere contrattuale a Salvini, nella chimerica convinzione di una sua redenzione all’Europa, sulla via di Damasco, e nell’illusoria speranza di una conversione alla pacifica fratellanza tra popoli? Era necessario restituire potere decisionale a quel Giorgetti che aveva decretato l’inutilità dei medici di famiglia, facilmente sostituibili, a suo dire, da una bella “googolata”? Era necessario resuscitare Berlusconi e il suo seguito di cortigiani superstiti? Era necessario riportare la destra al governo dopo averne a tutti i costi impedito l’ascesa, in seguito alla crisi del Papeete? Evidentemente sì e, se Renzi, da una parte, si attribuisce i meriti di questo pateracchio, che nulla toglie all’alto profilo dei tecnici, di sicuro più influenti e strategicamente determinanti, dall’altro si tratta di un’imbarazzante convivenza generata da invidie e da rivendicazioni personali. Non di certo riconducibile, a mio avviso, a una crisi sistema. Un male inevitabile cui andare incontro, se si vuole evitare il disastro.

Dal mio modesto osservatorio di cittadina mi si impongono alcune riflessioni su questo improvviso capovolgimento di situazione. A fronte delle avversità della pandemia, delle difficili eredità dei governi precedenti, di un debito enorme, trovo che con il conte Bis ci si stesse avviando verso un’alleanza che avrebbe potuto mettere in seria difficoltà la destra, abituata a macinare unioni e sodalizi di qualunque tipo, ispirata com’è a pochi ma precisi principi (un nemico da inventare, l’orgoglio nazionalistico, l’egoismo solipsistico portato alle estreme conseguenze, il profitto a tutti i costi). Che sono poi i principi del “Fascismo eterno”, tanto ben declinati da Umberto Eco. Un’alleanza fondata su principi alternativi, di certo più difficili da argomentare e da inoculare nella gente impaurita, si stava profilando, a sinistra, con esponenti forse non di primissima scelta, ma di sicuro ispirati a valori democratici. Qualcuno si è sentito escluso. Chissà, forse perché non avrebbe comandato, o più semplicemente perché non tutti riescono a riconoscersi in qui principi di uguaglianza sociale ed economica che non fanno concessioni a privilegi e a situazioni di strapotere. Ma Renzi è Renzi e non cede volentieri la scena. E così è stato.

La sua parabola politica è stata un’altalena di alti e bassi, una continua oscillazioni tra glorie e insuccessi. La sua ultima trovata gli ha restituito quella notorietà che rimpiangeva. Ora non parla più di programmi, di Mes e di ponti sullo Stretto. Raggiunto lo scopo, assapora il piacere della conquista. Quello che ritiene sia lo scalpo di Conte per un po’ lo farà esultare, ma la volontà di potenza di nietzschiana memoria, intesa come volontà che vuole se stessa, non gli darà pace. Qualcosa è cambiato, però. I suoi numeri non sono più determinanti. Vuoi mettere che l’irrilevanza politica ne neutralizzerà la carica distruttiva?  O che semplicemente l’avvento della destra al governo ne avrà soddisfatto le ambizioni più inconfessate? Si accettano scommesse.

Annalisa Martino