Luca Attanasio, un modo diverso di fare l’ambasciatore. Il ruolo della diplomazia italiana

Nel grande gioco della geopolitica l’Italia ha il ruolo, secondario, che si addice a una media potenza. Ma la biografia di Luca Attanasio, il giovane ambasciatore ucciso in Congo, ci dice invece quanto sia prezioso e riconoscibile il contributo italiano nella partita globale per l’affermazione dei diritti umani. Negli ultimi decenni l’apporto della nostra diplomazia è

stato decisivo in una serie di campagne transnazionali su temi come la libertà di religione, la pace in Mozambico, la Corte penale internazionale, la moratoria sulla pena di morte, il divieto delle mutilazioni genitali femminili, la cancellazione del debito, la confisca dei beni criminali e i corridoi umanitari. Durante queste campagne c’è stata spesso un’intensa sinergia tra l’azione del governo italiano e le organizzazioni della società civile. Quelle con cui collaborava l’ambasciatore Attanasio erano diverse, di una – che si occupa dei bambini di strada – era presidente onorario. Diplomazia ibrida, la chiama lo studioso di relazioni internazionali Raffaele Marchetti, che le ha dedicato un libro. Nel variare dei governi, dei ministri e delle risorse, il

servizio diplomatico italiano ha garantito continuità e coerenza a una politica estera che si regge su competenza, capacità e principi morali. Ricordando sul Corriere della Sera il diplomatico ucciso, Elisabetta Belloni, segretario generale della Farnesina, ha scritto che Luca “ha interpretato la sua professione convinto di poter contribuire alla costruzione di un mondo migliore, dove lealtà e merito vengono messi al servizio di valori e principi non negoziabili, in primo luogo la dignità della persona”.