Da Greta al Coronavirus. L’insostenibile costo ambientale della pandemia

L’indifferenza dei potenti del mondo o, meglio, la non-volontà oggettiva (malgrado i mille proclami) di salvare il pianeta dai guasti della nostra “civiltà” erano state rotte nel 2018 da

una teenager svedese, Greta Thunberg, che è da poche settimane maggiorenne, divenuta in breve tempo simbolo della lotta ai cambiamenti climatici. Non più tardi di due anni fa, il 15 marzo del 2019, ideò le manifestazioni di protesta degli studenti di tutto il mondo evidenziando la necessità di invertire la rotta su tutto ciò che riguarda l’ambiente, manifestazioni che si tennero in oltre

duemila città. Non solo, Greta, icona della lotta contro il “climate change” e a favore di uno sviluppo sostenibile, venne candidata al Nobel e tenne una relazione, nientemeno che all’Onu, tuonando contro i potenti della Terra, Trump in primis (“Avete rubato i miei sogni e la mia infanzia”). Quando sembrava che anche le multinazionali, i politici, gli scienziati e gli intellettuali avessero iniziato a meditare su quanto poneva all’attenzione del mondo questa ragazzina che sembrava un Martin Luther King dell’ambientalismo (anche se non sono mancate illazioni circa una strumentalizzazione della sua persona da parte dell’alta finanza mondiale per evidenti correlate attività di business sulle tematiche affrontate), ecco che arriva il “maledetto Covid”.

E il virus non solo ha decimato una non trascurabile parte della popolazione mondiale, non solo ha sconquassato l’economia del pianeta allargando la forbice tra ricchezza e povertà, ma rappresenta e continuerà a rappresentare nel tempo, ben oltre l’auspicabile fase di regresso della pandemia, un costo ambientale di portata incommensurabile. Con l’uso della plastica in crescita, il mercato del packaging è in continua ascesa per via dei contenitori monouso per il consumo e per l’asporto di cibi, per siringhe e altri presidi medici non riutilizzabili, guanti e mascherine. Il Wwf Italia evidenzia grande preoccupazione e sottolinea che in caso di mancato corretto smaltimento del solo 1% (unopercento!) delle sole mascherine, quantitativi enormi di plastica e prodotti assimilabili non riciclabili andrebbero dispersi nell’ambiente arrecando danni difficilmente calcolabili. Peraltro, secondo studi già avviati nella prima fase della pandemia, il virus può rimanere vivo sino a 48-72 ore a contatto con la plastica, con potenzialità di incremento dei contagi non di poco conto. Danno ben più marcato di quello paventato per le emissioni di ossido di carbonio, prima ancora che Greta iniziasse a rimproverare la politica internazionale, che ha indotto le case automobilistiche a puntare sull’alimentazione elettrica e ibrida a danno delle motorizzazioni diesel, con motivazioni che tuttora non sembrano essere del tutto plausibili se non per l’incremento e la ripresa, oggi, di un particolare mercato colpito dalla crisi.

Inoltre, la situazione di precarietà ed emergenza, anche per quanto attiene alle scuole, non favorisce la diffusione della sensibilità verso queste problematiche, giocando sull’alibi dell’esistenza di problemi più seri che, però, come vediamo, sono caratterizzati anch’essi da indifferenza da parte dei responsabili e che invece dovrebbero essere valutati in un’ottica ben più ampia. Approfittare del Next Generation EU (meglio noto ormai come Recovery Fund, che non è – chiaramente – un “regalo”, ma che significherà indebitare figli, nipoti e pronipoti) per una valutazione d’insieme delle problematiche che ci affliggono significherebbe davvero puntare a una ripresa post-bellica che sia davvero “sostenibile”, se si vuole davvero guardare con senso di realtà al futuro e alla qualità del vivere delle future generazioni.

Letterio Licordari