Il matrimonio, dunque, non si può fare, nonostante il flirt culminato con l’incontro di qualche giorno fa a casa di Carlo Tansi. L’idea di Luigi De Magistris candidato alla

presidenza della Giunta regionale al posto dell’ex capo della Protezione Civile regionale, nell’ipotesi di un percorso comune, è stata bocciata dai convinti supporters di quest’ultimo. L’evento, ovviamente, non fermerà le ambizioni di entrambi, che oggettivamente non hanno i tratti del violinista di terza fila. Si tratta di personalità forti che non abbandoneranno il campo e che influenzeranno moltissimo le sorti delle consultazioni di aprile prossimo. Saranno però, se non accadranno

fatti nuovi, paradossalmente avversari, e vedremo perché paradossalmente. Ma andiamo con ordine, cominciando da questa strana discussione sulla non “calabresità” di De Magistris, immersa in un disgustoso brodo di peloso orgoglio pseudo-etnico, che non meriterebbe grandi commenti tanto risulta essere strampalato e senza fondamento alcuno. Agita acque putride, intrise di luoghi comuni e puerili riscatti da non si sa che cosa, chi lo teme, anche solo per il fatto di scombinare la geografia vintage della politica regionale, mentre si rigurgitano sentimenti che invece affossano valori veri e strutturati dei calabresi, che sono popolo del mondo da secoli e testimonianza di accoglienza più di ogni altro in Italia. Cosa può mai significare, allora, che De Magistris non è calabrese? Conta certamente moltissimo il fatto che l’ex magistrato di Catanzaro, che non ha pacchetti di voto conservati nel congelatore, questa regione la conosce bene dal di dentro, nel suo ventre molle, in quel collante criminale che lega le mafie e la massoneria deviata al potere politico. E questo non piace probabilmente ai vecchi e nuovi apparati, alle antiche e moderne commistioni, ai tanti affaristi bulimici e senza scrupoli che si muovono sottotraccia in questa regione e che già sono sotto scacco per l’azione severa della magistratura. Non entriamo nelle vicende professionali dell’ex pubblico ministero e nelle sue due inchieste calabresi, sulle quali, tuttavia, la storia gli ha dato platealmente ragione, perché sono trite e ritrite dalla cronaca di queste settimane, ma se riteniamo che il primo dei problemi della Calabria, quello del mancato sviluppo per la presenza asfissiante e contenitiva del malaffare, dalla quale questione ne derivano anche l’altissimo tasso di disoccupazione e l’emigrazione di ritorno delle nostre migliori intelligenze, come si fa ad ostacolare con tesi così inconsistente come quella di non essere nato in Calabria, la sua candidatura? Per certi versi De Magistris è più calabrese di certi calabresi che fanno finta di non conoscere il grado pervasivo delle attività illecite che si nascondono dietro a molti dei centri di potere e di spesa regionale. Ma c’è dell’altro, e qui veniamo al paradosso: queste stesse motivazioni che oggettivamente rendono “seducente” la candidatura del sindaco di Napoli, che in realtà ha legami sentimentali antichi e diretti con la nostra regione, sono alla base della stessa azione di Tansi, che in questi anni si è distinto proprio per la sua determinata battaglia contro i piccoli e grandi intrallazzi che ha rilevato sulla sua strada, identificandoli e denunciandoli con coraggio e convincimento. C’è, insomma, una comune sete di giustizia e un patrimonio di valori virtuosi che legittima entrambi a candidarsi autorevolmente allo scranno più alto della Calabria. Quello che non si comprende, semmai, è l’interruzione di una discussione che potrebbe potenzialmente essere foriea di un vero cambiamento. Se la pregiudiziale che sembra far saltare un progetto che coinvolgerebbe un pezzo importante della società civile, compreso quello che non va a votare da anni, ma anche di elettorato ideologico affaticato, scontento e quasi rassegnato, non potrà essere superata per mere ragioni di appagamento personale, saremo costretti a parlare di occasione persa, anche per vincerle le elezioni e non per assicurarsi, nemmeno in modo certo, un posto in consiglio regionale. La questione è seria. De Magistris e Tansi hanno forse il dovere di non rubricare all’ineluttabilità della storia il mancato accordo, anche perché appare evidente come orientare nei fatti la loro candidatura alla conquista di qualche scranno tra la minoranza nella massima assise calabrese, non rappresenta un elemento motivazionale forte per poter aggregare le migliori candidature possibili. Un accordo tra i due, invece, aprirebbe la strada ad un movimento capace di essere competitivo e riconosciuto come strumento di cambiamento e di promozione della ripresa, nonostante il pessimismo di Augias.

Rino Muoio