Si moltiplicano candidature e autocandidature alla gestione dei fondi forse in arrivo dall’Europa. C’è poco interesse, invece, per il modo con cui quei soldi si stanno già spendendo

o impegnando, sia per affrontare l’emergenza sociale, sia per avviare le riforma richieste dal Recovery Plan. Secondo i calcoli dell’ufficio studi Uil in dieci mesi di pandemia con i vari decreti emanati per contrastare l’emergenza economica il governo ha speso 141 miliardi . Due terzi sono serviti a sostenere imprese e lavoratori autonomi, il resto è stato destinato alla cassa integrazione e

ad altre misure a sostegno dei lavoratori. Nei conti dell’Inps si è creata una voragine da 16 miliardi che ora il Tesoro dovrà ripianare.  Un capitolo a parte sono i costi per l’emergenza sanitaria . Per mascherine, tamponi, terapie intensive, sanificazioni, arredi sono stati già stati spesi 13 miliardi. Si annuncia molto costosa anche la campagna delle vaccinazioni, per la quale si sta ancora organizzando la logistica e reclutando il personale. Nel conto della crisi vanno messi infine i mancati introiti fiscali, che pesano per altri 30 miliardi. Per fortuna non si gioca solo sulla difensiva. Scrive oggi Repubblica che Ferrovie e Anas hanno già messo in moto la macchina che dovrà gestire i fondi del Recovery Plan per treni e strade, 28 miliardi in tutto. C’è un elenco dettagliato di decine di tratte e cantieri, con un cronoprogramma che prevede la consegna delle opere entro il 2027. E’ il famoso debito buono di cui parla Draghi. La paralisi politica, se si prolungasse, ci lascerebbe solo quello cattivo.