E’ fondamentale ravvivare il fuoco del dialogo che cova sotto la cenere del silenzio

Osservo con rassegnata mestizia la continua rappresentazione coreografica della politica. Un teatro dove inscenare continue asperità dei soliti “personaggi in cerca di autori”, che continuano, anche in un momento così drammatico, a ostentare pochezza. Tutto questo mi

rammarica molto e sento il dovere come madre e come docente, di denunciare questa indifferenza e questa leggerezza, in difesa delle giovani generazioni, che non hanno filtri nelle valutazioni di merito e nel ricevere squallidi esempi da una classe dirigente che dovrebbe rappresentare un esempio da seguire, un ideale da emulare. Protagonismi, sfide di palazzo, superficialità, sciacallaggi, bracci di ferro, repentini cambi di programma, provvedimenti senza senso. Primo fra tutti la chiusura continua delle scuole.

Ma cosa dobbiamo ancora aspettarci? I Governi nazionali e regionali, durante questa pandemia, sembra abbiano completamente dimenticato – per uno strano evitare responsabilità – non solo i valori più nobili, ma anche le esigenze più significative dei ragazzi, dei più giovani, siano essi studenti o giovani lavoratori. Una crisi senza precedenti. Una tempesta perfetta che si è abbattuta con brutalità sulle nostre vite da un momento all’altro ma che si riversa fondamentalmente sulle giovani generazioni, creando danni irreparabili sotto ogni aspetto: psicologico, comunicativo, valoriale, formativo, educativo, economico. Ognuno di noi è un’organizzazione dinamica sistemica in cui i diversi livelli e parti, quindi il corpo, i comportamenti, le comunicazioni, le funzioni cognitive, le emozioni, interagiscono reciprocamente, producendo un equilibrio che non è mai statico. Anche se non ci accorgiamo di nulla, come rileva Ford, in questo “sistema dinamico” avvengono mille cambiamenti che pian piano, col tempo, prendono forma.

I giovani sono stanchi, delusi, frustrati, disincantati, sbigottiti. In una sola parola socialmente ed emotivamente disorientati.

Si stanno rispecchiando nel nostro sconcerto, nelle nostre beghe. Siamo riusciti a mortificare le speranze di un’intera generazione, senza che questa ne abbia ora una piena contezza sia per mancanza di adeguata maturità che per eccessiva fiducia nella nostra capacità di costruire per loro riferimenti affettivi e istituzionali. E’necessario riguadagnare la loro stima, la loro fiducia, riavviare un dialogo, sottoscrivere un patto per una nuova alleanza tra generazioni.

Per affrontare questa bufera economica e sociale in seguito all’emergenza Coronavirus, l’Europa ha messo in atto una serie di finanziamenti il cosiddetto “Recovery plan”, anche se il nome corretto è “Next Generation EU”. Un vero e proprio piano di risanamento, una misura messa in atto per le nuove generazioni che dovranno affrontare le sfide future: una grossa cifra che si somma al già importante debito pubblico che gravava sull’Italia. Un passaggio reso possibile solo grazie agli strumenti messi in campo dalla Banca Centrale Europea e dalla decisione di Bruxelles di sospendere il Patto di stabilità e crescita. Si tratta di una gestione di risorse tale da richiedere una capacità di pianificazione strategica da parte di tecnici e politici che parta dall’analisi di quanto questa pandemia ha messo a nudo delle disfunzioni strutturali della macchina del “sistema Italia”.

Il debito creato con la pandemia è senza precedenti e seppur con un tasso d’interesse molto basso, dovrà comunque essere onorato dalle future generazioni. Tutto ricadrà su di esse. E’ nostro dovere far sì che i giovani abbiano gli strumenti per farlo, perché meritano di vivere in una società migliore della nostra, di riuscire là dove noi abbiamo fallito.

L’ex presidente della Bce, Mario Draghi, ha dichiarato che la sostenibilità del debito pubblico nel paese sarà giudicata in base alla sua crescita quindi in base a come verranno spese le risorse del “Next Generation EU”: “A pagare questo debito saranno i giovani. Investiamo in istruzione per aiutarli ad essere migliori di noi” e, aggiungerei, capaci di pagare questi debiti. Occorre, dunque, puntare su investimenti che abbiano un grosso impatto sulla crescita, sul futuro.

Privare i giovani di un futuro è una delle forme più gravi di discriminazione e disuguaglianza.

Questi fondi andranno spesi bene. Tra il 2021 e il 2026 il paese dovrà cambiare: occorre puntare su investimenti. Il nostro Paese vive già un forte ritardo, è indifferibile puntare su una ripresa molto celere almeno rispetto agli ultimi venti anni. Il governo dovrà necessariamente investire più fondi sull’istruzione, sulla formazione, sulla digitalizzazione, sulle politiche per il lavoro giovanile, non potrà più permettersi il lusso di calibrare il welfare secondo valutazioni di tipo quantitativo.

Ai giovani serviranno sempre più soft skill e hard skill, per affrontare le sfide del futuro. Per intercettare l’offerta del mercato del lavoro, servirà una nuova cultura, una forte digitalizzazione, una formazione più rispondente alle esigenze crescenti. Se continuiamo così, il “Next Generation EU” diventerà semplicemente uno strumento che ha permesso alle vecchie generazioni di tutelarsi a discapito delle nuove. Ma occorrerà – da subito – riprendere un dialogo con i ragazzi, con le nuove generazioni, stare vicini a loro, capire le loro sensazioni, le loro emozioni, le loro ambizioni, altrimenti, nei sistemi complessi nei quali tutti noi operiamo, non potranno che esserci spiacevoli ripercussioni.

Roberta Croce