Successo per il chasback a differenza della salviniana Quota 100 e degli 80 euro renziani

Sono aumentati gli acquisti nei negozi, è cresciuta l’educazione digitale, è diminuita l’evasione fiscale e alcuni milioni di persone hanno ottenuto il rimborso di una parte delle

spese sostenute. Chissà se basteranno queste credenziali per salvare il cosiddetto chasback, il programma governativo che premia con un rimborso chi effettua pagamenti con le carte di credito o di debito, purché lo faccia nei negozi fisici e non online. Il cashback è sotto attacco in parlamento perché, dice Italia Viva, costa troppo: 4 miliardi e mezzo tra quest’anno e l’anno prossimo. Ma anche in tema di costi delle politiche sociali, tutto è relativo. Costava infatti 10 miliardi l’anno il bonus

degli 80 euro voluto da Renzi e sarebbe costata 63 miliardi, secondo la ragioneria dello Stato, la stabilizzazione della cosiddetta Quota 100 voluta da Salvini. L’incentivo all’uso della moneta elettronica ha avuto un successo di dimensioni inattese, con conseguenti inciampi tecnologi poi risolti. A Natale si sono iscritte al programma quasi 6 milioni di persone, che con carte e bancomat hanno effettuato oltre 63 milioni di transazioni, ottenendo rimborsi per 222 milioni. Ma il risultato forse più importante di questa operazione, è che è letteralmente esploso il numero di italiani che si sono dotati di un’identità digitale, lo Spid, necessario per ottenere il bonus sugli acquisti, ma spendibile anche per far funzionare meccanismi vitali come il fascicolo sanitario elettronico. Erano 4 milioni un anno fa, sono oltre 16 milioni oggi. Basterebbe questo per dire che alla fine il cashback si è pagato da solo.