Lamezia 2003-2007. Una avventura e una passione nata in un bar di via XX Settembre

«Vorrei prendere il tesserino da giornalista, facendo pratica nella vostra testata. Non ho esperienza, ma a scrivere me la sono sempre cavata e conosco molto bene la politica» «ho

la sensazione che andrà molto bene. Iniziamo con qualche articolo di prova e vediamo come va» E’ iniziata così’ la mia avventura al “Quotidiano della Calabria”, seduto al tavolino di un bar di Via XX Settembre, con Astolfo Perrongelli che mi dava le prime dritte su come fare il corrispondente di alcuni paesi dell’hinterland lametino. E’ stato proprio lui a guidare i miei primi passi e, dopo tre mesi, sono stato subito inviato a seguire le vicende regionali da Lamezia: «stai facendo un gran bel lavoro».

 Dovevano essere solo due anni, il tempo necessario per diventare giornalista pubblicista ed avere la possibilità di fare il direttore di una testata. Allora stavamo tentando di ricostruire il Partito Socialista ed avevo pubblicato il numero zero del giornale “l’Idea Socialista”, nome recuperato dall’esperienza di Peppino Impastato a Cinisi. Poi si sa come sono andate le cose. I miei due anni al Quotidiano, sono però diventati sedici. Settimana dopo settimana mi sono letteralmente innamorato di una testata che ha fatto la storia di questa regione, seguendo i consigli della redazione lametina che, in quegli anni, è diventata un punto di riferimento di altissimo livello per il mondo dell’informazione. Sono gli anni del trionfo di Gianni Speranza che diventa sindaco della città nel 2005, sono gli anni in cui inizia a muovere i primi passi l’associazione antiracket, e sono gli anni della recrudescenza del fenomeno mafioso che mostra come la ‘ndrangheta sia pienamente padrona del territorio. Di quel tempo un episodio non riuscirò mai a dimenticare. E’ il 31 marzo 2006. Coordino l’ufficio amministrativo dell’Ispesl, un ente pubblico che si occupa di sicurezza sui luoghi di lavoro. Un ragazzo di 22 anni sta effettuando il servizio civile nei nostri uffici da qualche settimana. Si chiama Francesco Provenzano e si occupa di mettere a posto l’archivio del Centro. Non solo: non si tira mai indietro quando c’è da fare qualcosa. E’ sempre sorridente, educato e mai fuori luogo. La sera, poco dopo cena, mi arriva una telefonata: «hanno ammazzato Francesco». Rimango di sasso: nove colpi di pistola, tutti andati a segno, lo massacrano davanti alla macelleria di famiglia. Ci sono volute settimane per riprendermi e lavarmi dall’anima il sangue di quel ragazzo. Anche in quei giorni la redazione del Quotidiano fece il suo lavoro, raccontando, denunciando e chiamando a raccolta la parte pulita della città. Oggi, a distanza di quindici anni, voglio dire ancora una volta grazie ad Astolfo per come mi ha accolto al giornale, grazie a Pasqualino per la guida che è stata in questi anni e grazie a quel manipoli di giornalisti coraggiosi che hanno sempre saputo fare il loro mestiere con grande dignità.

Antonio Chieffallo