Un anno perso per tutti. E l’umanità, un valore che non riesce a essere contagioso…

Abbiamo fatto il callo alla morte. Come è avvenuto durante le guerre, come sono stati costretti a farlo i nostri soldati e i nostri genitori o nonni. Ritenevamo che il distacco dalla morte riguardasse qualcosa di fisicamente lontano, nell’Africa

irraggiungibile ma pur violentata dagli egoismi franco-europei o nelle aree mediorientali nelle quali il mondo ipocrita svolge “missioni di pace” facendo finta di non vedere il traffico di armi e molto altro. Un anno in preda al Covid, passando da allarmismi e improvvisazioni a episodi di assurdo negazionismo, con gli scienziati che, da scienziati, non hanno mai

certezze ma i cui dubbi sono stati oggetto finanche di derisione da una politica, quella sì, incompetente e incapace, in Europa come negli Stati Uniti e in tutto il resto del mondo cosiddetto “evoluto”. Abbiamo visto sfilare bare sui camion militari, abbiamo sentito il freddo della paura e della morte, ascoltato il grido di Papa Francesco, abbiamo acceso speranze con i colori dell’arcobaleno, e poi anche le luci delle discoteche e delle strade della movida, convinti che quelle in fondo al tunnel fossero sempre più vicine. Poi abbiamo ricominciato a soffrire, in compagnia di tutti gli altri primi della classe, che non sono migliori di noi. Ed è trascorso un anno. Abbiamo perso un anno della nostra vita, fin qui. Tutti. E le certezze non ci sono più, neanche per i fondamentalisti del negazionismo, neppure per i migliori che oggi sentono profumi di recovery plan miliardari ma che sono pronti a passare sul cadavere del popolo, anche se sono abili a modificare il loro modo di affrontare le realtà secondo le convenienze. Anche quelli che lo scorso anno sono rimasti inerti e sono stati bravi solo a criticare, quelli che erano orientati a non curare le persone anziane perché tali e inutili per la società e che oggi si battono per i vaccini agli ultraottantenni perché alla fine l’eco elettorale si può amplificare. Nessuno ricorda più i sacrifici di medici, infermieri, vigili del fuoco, forze dell’ordine e volontari, che hanno perso la vita perché in Italia, da moltissimi anni, un piano di emergenza per le pandemie nessuno mai è riuscito a scriverlo e neppure a copiarlo. Nelle ASL si continua a parlare di nomine e si ignorano o sottovalutano i reali problemi della società, le mafie continuano a speculare e il loro cinismo legato agli affari è lo specchio di questa nostra società. E abbiamo visto scolari e studenti disorientati, come i loro insegnanti, perché anche le didattiche in emergenza sono espressioni di disparità sociale e di una precarietà che si ribalterà sul loro futuro. Si diceva un anno fa che le persone sarebbero cambiate, ma i mille problemi dei limiti riferiti alla prevenzione hanno incarognito le persone, che vedono allargarsi la forbice tra la povertà degli impotenti e degli onesti e la ricchezza delle sanguisughe e dei cravattari, gente senza scrupoli e senza umanità. Già, l’umanità: un termine che sembra anacronistico, un valore che non riesce a essere contagioso…

Letterio Licordari