Nel  2021 celebreremo alcuni anniversari: i settecento anni dalla  morte di Dante,  i 100 dalla nascita di Sciascia e dalla fondazione del Pci, gli 80 dalla scomparsa di Joyce. Si parva licet,

sarà anche il ventennale del  piano varato da Giuliano Amato e Franco Bassanini  per digitalizzare la pubblica amministrazione e di conseguenza l’Italia. Più o meno uno degli  obiettivi che adesso l’Europa ci assegna in cambio dei 200 e passa  miliardi del Recovery Fund. Il piano d’azione per l’e-government   lanciato tra il 2000 e il 2001 dal governo Amato si proponeva di raggiungere in

10-12 mesi tre obiettivi: migliorare l’efficienza  interna delle amministrazioni; offrire ai cittadini e alle imprese servizi integrati; garantire a tutti l’accesso telematico alle  pubbliche amministrazioni. 

Buoni propositi rimasti in gran parte sulla carta, per diversi motivi: la frammentazione del sistema dopo la delega di molti poteri alle regioni, ciascuna con il suo fornitore di fiducia;  l’assenza di competenze adeguate all’interno degli uffici pubblici, per il mancato ricambio generazionale; il digital divide; la ritrosia di molti cittadini a cedere i loro dati alle piattaforme digitali . E’ avvilente, ad esempio, la diffidenza che ancor oggi circonda uno strumento che nella pandemia sarebbe di grande aiuto  come il fascicolo sanitario elettronico.  

Non ha aiutato anche il fatto che dal 2000 a oggi in Italia  si siano alternati 12  diversi governi e con essi i centri che avrebbero dovuto sovrintendere alla rivoluzione informatica.  Abbiamo dovuto familiarizzare con il Cnipa e l’Aipa, la Rupa e la DigitPa, ora con l’Agid, acronimi di avventure naufragate quando la fedeltà è stata preferita alla competenza e la politica ha occupato spazi che sarebbero invece  spettati alla buona amministrazione.  Adesso c’è l’ultimatum europeo, chissà che qualcosa non cambi. 

Paolo Pagliaro