La pandenia non risparmia l’editoria. Ma è stato garantito il diritto all’informazione

di Carlo Parisi

Come se non bastasse la crisi dell’editoria che prosegue da tanti, troppi anni senza soluzione di continuità, da un angolo all’altro del Paese, quest’anno ci siamo ritrovati a fare i conti con

un’emergenza globale che non ha certo risparmiato la nostra categoria. Chiamati a documentare puntualmente la pandemia da coronavirus in tv, alla radio, sulla carta stampata o le testate on line, i giornalisti, in prima linea a garantire un servizio essenziale, l’informazione, devono al contempo fare i conti con difficoltà crescenti – contratti inesistenti, non rinnovati, stipendi da fame – che mal si conciliano con il compito gravoso a cui sono chiamati. Garantire, lo ribadiamo, un diritto fondamentale per un Paese che possa e voglia definirsi democratico e liberale. Il diritto all’informazione, che assume un valore ancor più elevato, delicato e imprescindibile

in una guerra, quale è quella che stiamo vivendo dal mese di febbraio di un anno sciagurato.  Certo, l’emergenza economica, che fa inevitabilmente il paio con quella sanitaria, è globale e non riguarda solo i giornalisti. Un amaro dato di fatto, che non basta di certo a consolare quanti, tra noi, faticano ad arrivare a fine mese o, se un contratto e uno stipendio ce l’hanno, non sanno, però, fino a quando. Perché l’unica certezza trasversale – dai colossi consolidati dell’editoria alle piccole e medie aziende, manco a dirlo – è data al ricorso, costante e via via più massiccio, ai tagli. Si tagliano contratti, stipendi, persone.

Tempi duri, insomma, per i giornalisti che hanno bisogno di trovare linfa, forza e coesione all’interno di una categoria che non ha più tempo da perdere se davvero vuole salvarsi. Lo dicono i numeri, rovinosamente in calo, di colleghi contrattualizzati. Con risvolti a 360°. A cominciare dall’Istituto di previdenza dei giornalisti italiani, l’Inpgi, che si prepara a chiudere un anno, il 2020, su uno strapiombo: il rischio di commissariamento da parte del governo.

Una crisi, quella dell’Inpgi, annunciata dall’andamento del mercato editoriale degli ultimi anni: alla base di un bilancio che, oramai, non richiede più pezze, ma intere lenzuola, c’è il “sorpasso” delle prestazioni erogate sulle entrate contributive. Per ogni euro in entrata se ne registra, da tempo, uno e mezzo in uscita. È evidente che, così, non si va da nessuna parte. Se, poi, alle gravi difficoltà contingenti si uniscono le logiche del dividi ed impera, assurde e anacronistiche, il baratro è, ahinoi, inevitabile. 

Consigliere di amministrazione 
Istituto Nazionale di Previdenza dei Giornalisti Italiani