Il 2020 diviso tra chi rivendicava senza averne alcun diritto e chi soffriva in silenzio

di Irene Zerbini

“Non riesco a respirare” . Ogni riferimento al 2020, porta in primo piano l’immagine, vivida, di George Floyd e la sua involontaria celebrità. “I can’t breathe” supplicava il poliziotto che lo stava

soffocando, alla presenza di altri colleghi e complici. E poi, come in una successione obbligatoria, le foto dei respiratori, dei caschi, dei polmoni. E’ stato l’anno del respiro, attività sottostimata fino a qualche mese fa, per ovvie ragioni. L’anno in cui proprio lo yoga tra le mura di casa ha raggiunto picchi inattesi di popolarità. Non a caso la disciplina del respiro. L’anno dell’Europa che, svestiti i panni di matrigna, corre in soccorso alle economie in difficoltà “ per dare una boccata d’ossigeno”. Un anno in cui l’orizzonte del lavoro da casa, rincorso per decenni dalle donne in continua sospensione tra carriera e maternità, di colpo diventa un’ovvietà, quando a guidarlo è un’istanza di protezione che viene anche dagli uomini.

Poco prima del lockdown eravamo in due su un taxi, a Milano, mentre il guidatore attaccava la prevedibile litania di lamentele sulle tasse che affliggono la categoria. Naturalmente la ragione per cui era stato costretto a chiudere il negozio che prima gestiva, erano “i marocchini”. Gli stranieri in generale. Oltre ad essere arrivato a inizio corsa già con 8 euro sul tassametro aveva -a suo dire – una serie di problemi. Gli ho chiesto di lasciarci a Romolo.  E’ una stazione metropolitana di Milano, sulla linea Verde, non un’oscura viuzza di periferia. Non sapeva nemmeno dove fosse.  Questo sono i mediocri. Valgono poco, anche nel loro lavoro e puntano sempre il dito contro gli altri. Il 2020 degli sforzi comuni ha mostrato in maniera lampante quanto l’incattivimento sia prerogativa dei mediocri. Il 2020 diviso tra chi rivendicava senza averne alcun diritto e chi soffriva in silenzio per situazioni oggettivamente insostenibili. E’ stato uno spartiacque chiaro a chiunque avesse un po’ di cervello e di cuore. La rabbia che apre la strada a tutti i fascismi, diventando frustrazione violenta. E la buona volontà di chi si è reinventato e ha volto allo sguardo verso chi stava peggio, per dare una mano. Un anno dalla memoria corta. Se non fosse che la pandemia ha contribuito a scalzare Donald Trump, sembrerebbe, a riguardarlo, che il tempo non esista o vada perennemente in circolo. Un anno, il 2020, in cui si è consumata in fretta la solidarietà ai camici bianchi, dai balconi, seguita subito dall’indifferenza di chi se l’è scampata e rimpiange shopping e aperitivi. Incollati al cellulare. Quando si cammina con il cellulare si perde il 95% del campo visivo, ci raccontano delle ricerche in Giappone. Se fino ad oggi è stato considerato normale che si rallenti solo quando si diventa più anziani, l’augurio è che da questa pandemia si esca rallentati, per diventare più saggi prima che l’età avanzi. Per soffermarci sulle questioni che ci sfuggivano quando eravamo sempre di corsa. E per capire che un pò di ossigeno si dovrà pur lasciarlo, a chi viene dopo di noi. AI ragazzi, ai giovani, a cui trasmettere speranza e ideali. E non solo lamentele e incattivimento rabbioso