Il futuro possa coincidere con una promessa basata sul senso di responsabilità collettiva

Il 2020 è l’anno in cui la storia si è data appuntamento con il tragico. Il 2020 descrive quella porzione di spazio-tempo nella quale si è materializzato il catalizzatore delle nostre più

di Fabrizio Bonacci

profonde fragilità, delle nostre paure, delle nostre incompatibilità, dei nostri fallimenti. Il 2020 coincide con il momento in cui abbiamo compreso, con estrema brutalità, che la nostra forza e, insieme, le nostre stesse inconsistenze più profonde giacciono e crescono sul medesimo terreno. Un terreno lasciato incolto, nel quale vive il seme del nostro stesso fallimento. Questa volta sappiamo che la soluzione non arriverà dall’alto. Non ci sarà un’entità superiore o un’istituzione che si occuperà dell’intera risoluzione del problema. E questo perché, in questo scenario, l’umano è proprio quell’entità che racchiude in sé sia il problema che la sua stessa risoluzione. Ora, se è vero che gli umani sono parte integrante del mondo, allora la possibilità stessa di cambiamento del nostro esser-ci nel mondo, su questo pianeta, deve (e dunque può!) ripartire proprio direttamente da noi stessi.

Il peso del cambiamento giace equamente distribuito sulle spalle di ciascuno di noi. Questa volta l’individuo non può delegare. Non ha scelta. Non ha un’alternativa plausibile.

Il SARS-CoV-2 gioca inesorabilmente la sua partita ma, al contempo, i nostri comportamenti possono influenzarne enormemente il risultato finale. In questa sfida, però, non siamo noi umani ad aver inventato le regole del gioco. Al contrario, è l’umano a trovarsi nella difficile condizione di doverle decifrare e comprendere. Sebbene le regole non siano le nostre, tuttavia, la posta in gioco, in gran parte, saremo noi stessi a deciderla. Proprio attraverso i nostri comportamenti individuali. Se questo è vero, che cosa auspico per tutti noi oggi? Questo: che il futuro degli individui possa coincidere con una promessa fondata sul senso di responsabilità collettiva.