La povertà reale e quella sommersa. La pandemia aiuta a combattere il lavoro nero

di Paolo Pagliaro

Per contenere i danni da coronavirus, l’Italia è il paese che, in percentuale sul Pil, ha speso di più. Sommando garanzie e prestiti, differimenti fiscali e sostegno diretto ai lavoratori, alle

imprese e alla sanità, ha speso molto più degli Stati Uniti, del Canada, della Francia, del Regno Unito. Secondo l’Ocse, sei volte più degli Stati Uniti per quanto riguarda ad esempio i prestiti a imprese e professionisti. Solo la Germania ha impegnato cifre analoghe alle nostre. Ma questo grande sforzo, che porterà il debito pubblico a rompere gli argini, in Italia non trova un corrispettivo adeguato nelle condizioni di vita delle famiglie.

Sono stati cancellati 840 mila posti di lavoro. Hanno perso il 27% del loro reddito i lavoratori dipendenti in cassa integrazione, ammortizzatore di cui ha usufruito un’impresa su due. Ha perso tutte le proprie entrate il 4% dei lavoratori autonomi, sono stati cancellati interi comparti come quelli legati allo spettacolo o all’intrattenimento. Il sistema del lavoro nero, che qualcuno considera l’asso nella manica della nostra economia, sta rivelando in questa circostanza tutta la sua fragilità : chi non ha un regolare contratto non può ricevere aiuti e indennizzi statali, stesso discorso per chi in passato ha occultato i ricavi. E’ un problema che riguarda milioni di persone se si pensa che è irregolare un quarto del lavoro domestico, e una quota consistente degli addetti al commercio, alla ristorazione o alle attività professionali. L’evasione fiscale e la diffusa pratica della sottofatturazione ora si rivelano un boomerang , perché è sulle fatture dell’anno scorso che si misura il ristoro di quest’anno da parte dello Stato. Così per la prima volta molti scoprono che forse conveniva pagare le tasse.