Quando si muore due volte. Limitarsi agli slogan non arresta la cultura della morte

di Annalisa Martino

Anche quest’anno nella giornata internazionale contro la violenza sulla donna si è dato il giusto rilievo a un fenomeno ormai strutturale, si può dire, alla nostra società. È il 2020 e dovrebbe trattarsi di un fenomeno legato al passato.

Tuttavia – e qui non scopro l’acqua calda – è di estrema attualità. Anzi, è talmente attuale che nella stessa giornata del ricordo, sono morte due donne per mano di quegli uomini che avrebbero dovuto proteggerle. Se ne parla tanto. E si invocano leggi severe, si invita a denunciare, si compiangono le

poverine e ci si interroga sul perché di tanta ferocia, accampando le spiegazioni più fantasiose. Il più delle volte – come è giusto che sia – si condanna in modo inappellabile.

Capita, però, talvolta, di offrire al carnefice, in modo più o meno velato, l’attenuante della provocazione da parte della vittima, come se la materia infiammabile di cui è fatto l’uomo, sottoposta a sollecitazioni, avesse involontariamente preso fuoco. E se non si parla di provocazione, si invoca la scarsa lungimiranza – che poi è la stessa cosa – della malcapitata per non aver previsto le cattive intenzioni di chi ha perpetrato violenza ai suoi danni.

Circa quarant’anni fa uscì un film documentario, “Processo per stupro”, dove per la prima volta si accendevano le telecamere su un evento reale che aveva sconvolto l’opinione pubblica. Io lessi dopo qualche anno il libro che ne raccoglieva immagini e testimonianze. Se rileggo alcune affermazioni agghiaccianti degli avvocati difensori, scopro tante analogie con le trovate oscene  che ancora oggi illustri giornalisti ci regalano. E dire che sono passati quarant’anni, ma certi crimini, e la lettura che se ne fa, tagliano il tempo, facendosi beffa dell’evoluzione dei costumi e  degli oggettivi processi di emancipazione connessi a tale evoluzione.

Quando si tratta di assumere la difesa dell’indifendibile si ricorre alle argomentazioni più rocambolesche e offensive che hanno il solo scopo di stuzzicare una morale pelosa e ipocrita. E che ci fanno scivolare in una dimensione atemporale intrisa di pregiudizi e di sciocco perbenismo.

Quando leggo sedicenti giornalisti che si stupiscono di ragazze che accettano inviti da ricchi magnati, nella “erronea” convinzione di non dover dare niente in cambio, mi sembra di leggere le arringhe di quegli avvocati di quarant’anni fa che escludevano che una donna seria potesse indurre con il proprio comportamento alla violenza. Erano gli stessi avvocati che, inquisendo sulla vita privata, sull’abbigliamento e sui comportamenti disinvolti della vittima, miravano a screditarla per assolvere gli imputati.

Ci sono donne che muoiono perché, pur essendo libere ed emancipate, si rifiutano di accettare le avances dei propri carnefici. E ci sono donne che muoiono per “troppo amore”, per gelosia, per brama di possesso. Cercare delle attenuanti è come colpirle ancora, violentarle, ferirle, ucciderle due volte, istigare a una violenza che non colpisce una sola donna, ma tutte le donne.

Come si spiega che spesso una donna violentata si rifiuti di denunciare o di andare in ospedale? Una donna violentata subisce, nel momento della denuncia e della richiesta di cura, lo strazio di domande ammiccanti, di occhiate allusive, di osservazioni impertinenti che squarciano, ad ogni parola, ad ogni gesto, una brutta ferita. Subisce una violenza inquisitoria, per evitare la quale, preferisce il silenzio.

Simone de Beauvoir diceva che nessuno, di fronte alle donne, è più aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità. È bene ricordarlo anche se non aiuta. Purtroppo viviamo in una società attraversata da pregiudizi che impediscono una sincera attenzione al problema. Che inficiano il moto di sincera solidarietà, di calore, di affetto, di partecipazione, che circonda e avvolge la donna. E che dovrebbe sempre avvolgerla non solo il 25 novembre di ogni anno. Dire basta alla violenza è un gesto nobile, ma è solo l’inizio di un atto di civiltà, articolato e complesso, che è ancora tutto da compiersi. Il limitarsi agli slogan, purtroppo, non arresta la cultura della morte.