Il valore dei nonni nella nostra società, un patrimonio ricco di esperienza e amore

di Maria Cristina Saullo

La storia dell’alpino Stefano Bozzini e di sua moglie Carla sta facendo il giro del mondo. Una parabola amorosa di due coniugi legati da un amore indissolubile. Un amore eterno che ci ha emozionato fino alle lacrime.

È partito tutto da un video, postato sui social nelle settimane scorse, nel quale viene immortalato Stefano che, seduto su una seggiola, suona la fisarmonica alla sua amata. Lo scenario è l’ospedale di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, dove era ricoverata Carla. L’alpino, non potendo vedere la sua metà a causa delle restrizioni dovute al covid – 19, ha deciso di dedicarle una serenata.

Lei lo ha ascoltato, affacciata alla finestra della sua stanza, e ha cantato, insieme a lui e ai medici, in una sorta di concerto all’aperto. In quelle scene tutti noi abbiamo riconosciuto l’amore eterno, universale, quello decantato dai vati. Un amore semplice, ricco di poesia. Purtroppo, la malattia di nonna Carla ha spezzato l’idillio durato una vita. La donna non ce l’ha fatta. Il loro abbraccio è diventato eterno. Le lacrime di Stefano si sono tramutate nelle nostre lacrime. In quell’istante ci siamo sentiti tutti nipoti. Impotenti davanti allo strazio di un uomo umile, semplice, ma ricco di umanità e infinita dolcezza.

Il sindaco di Piacenza, Patrizia Barbieri, ha utilizzato parole che ognuno dovrebbe tenere a mente nel cammino della propria vita “Dico grazie al signor Stefano – ha detto il primo cittadino – per quel gesto di tenerezza che ci ha ricordato cosa significhi, davvero, volersi bene. Fare di tutto perché l’altra persona non si senta sola, trovando il modo di superare qualsiasi barriera. Non avere paura di mostrarsi vulnerabili, di manifestare ciò che si prova. Saper toccare il cuore di coloro che amiamo, sino all’ultimo istante. Testimonia la forza di un sentimento che nessun virus, nessuna malattia può spegnere o affievolire.”

La beltà di nonno Stefano, in un periodo così particolare e, per molti versi, assurdo nella drammaticità della crisi globale, ci fa sentire più uniti e proni verso una generazione che la pandemia ci sta portando via. Le tradizioni, la nostra educazione il nostro essere cittadini ci è stato tramandato dai nostri ‘’Diversamente giovani’’. Uomini e donne che hanno scritto pagine di storia indelebili. Lavoratori e lavoratrici che, grazie al loro instancabile lavoro, hanno fatto diventare grande il nostro Paese. La loro memoria storica deve diventare la nostra.

Qualche tempo fa, ho raccontato una favola, tratta da una storia vera e mi piace, qui, riproporla come metafora di vita. “Tanti anni fa, un omone alto quasi due metri, decide, insieme a sua moglie e i suoi due figli di ristrutturare un podere di famiglia, situato in una piccola frazione di un centro collinare. Un pendio, ricco di vegetazione, dove gli alberi di castagne, a settembre iniziavano a colorare le montagne circostanti di una varietà indefinita di colori. Già a fine agosto, si poteva ammirare il cambiamento di tonalità delle foglie che da un verde acceso diventavano marroncino scuro e, poi, cadevano sulla strada, scricchiolando quando ci saltavi sopra. Dopo i lavori di ristrutturazione, la casetta prese corpo e diventò la residenza estiva dei nonni che lì facevano le provviste per tutto l’anno, e allietavano le giornate dei congiunti quando andavano a trovarli. La proprietà era circondata da un giardino in mezzo al quale era stato piantato un albero di fico. Intorno al piccolo germoglio, sei pini maestosi che sovrastavano la casa, uno per ogni nipotino. Nonostante tutto, la piccola pianta crebbe, fino a diventare un albero che ogni estate donava frutti dolci e succosi che, dopo essere stati raccolti inebriavano il palato di grandi e piccini. Era una tradizione per i piccoli di casa raccogliere i fichi, accovacciati sulle spalle del fratello maggiore o del papà e aspettare che la nonna sfornasse il pane, cotto a legna, e il nonno affettasse il prosciutto stagionato, fatto e curato da lui. Seduti in giardino, si percepiva un profumo che, come per magia, donava amore e serenità a tutti. Somigliava ad una bacchetta magica che, toccando il cuore di ognuno, donava pace e serenità”.

Sarebbe bello se tutti ci paragonassimo alla pianta di fichi, immaginando che le sue foglie che, in autunno, ingialliscono siano i nostri anziani e i frutti noi giovani. L’auspicio è quello di continuare a crescere rigogliosi e uniti, accarezzati dal calore di quel sole che sono i nostri nonni.