Alt di Franceschini a Renzi. Sottotraccia il sostegno alla segreteria generale della Nato

di Rino Muoio

Tutta la partita si gioca al Senato, dove il governo può contare su circa 170 voti, mentre l’opposizione non arriva a 150. Una ventina di voti di differenza che in linea generale

dovrebbero garantire una certa tranquillità a Giuseppe Conte, salvo il fatto che Italia Viva ne ha 18, finendo per incidere fortemente sulle eventuali sorti di questo governo. In questo contesto da mesi gioca le sue carte Matteo Renzi, del quale tutto si può dire ma non che non

sia scaltro, lucido e politicamente cinico. Tutti sappiamo che nessun parlamentare ha voglia di lasciare lo scranno per avventurarsi in una tornata elettorale che verosimilmente non lo vedrebbe rieletto. Qual è allora la strategia di Renzi che periodicamente torna all’assalto del governo e, quindi, del presidente del Consiglio? Renzi, in realtà, sta attuando quello che aveva studiato a tavolino prima del varo del governo giallo- rosso da egli fortemente voluto: Diventare il padre putativo di una maggioranza che si regge sui suoi parlamentari, effettuare un’attività di lento logoramento per poter ottenere di volta in volta ristoro alle richieste avanzategli dai propri stakeholders e ribadire il suo ruolo determinante per la tenuta del governo. Così sarebbe dovuta andare anche in questa ultima settimana, in cui la discussione con il premier è diventata a tratti aspra, sferzante. In realtà a forzare la discussione quasi sempre sono le figure di spicco del suo partito, come è stato in quest’ultimo caso con le possibili dimissioni annunciate dalla ministra Bellanova. Al centro dell’ennesimo attacco la questione della cabina di regia voluta da Conte per il varo dei progetti necessari per lo sfruttamento del recovery fund. Duecentonove miliardi sui quali si poggia la ripresa o la ricostruzione, come dicono in molti, del nostro paese, dopo il dramma della pandemia. Per Matteo Renzi l’idea di elaborare i progetti fuori dall’esecutivo, e quindi anche dalle sue influenze, e dai rispettivi ministeri significava esautorare i membri del governo dalle decisioni, mortificandone il mandato e la funzione. Accanto a queste regioni, per certi versi condivisibile, tuttavia, sono venute fuori in modo evidente ragioni del tutto umane, che riguardano la difficoltà dello stesso ex premier a rassegnarsi ad un ruolo di secondo piano nella politica italiana. L’uomo è in qualche modo vittima del suo stesso blasone, alimentato da una smisurata autostima che gli ha procurato non pochi problemi fino ad una repentina riduzione di popolarità che ha pochi uguali al mondo. Sul piano strategico, per altro, la sua ultima sortita ha trovato nel capo della delegazione al governo del PD, Dario Franceschini, un fermo antagonista, che non ha perso tempo a spiegare a Renzi medesimo come nel caso di caduta del governo non ci sarebbe stato spazio per nessun altro esecutivo ma la strada maestra sarebbe stata quella che porta alle elezioni, con una coalizione priva proprio di Renzi e del suo partito, visto che si sarebbero resi responsabili della chiusura dell’esperienza giallo- rossa, e con una sicura lista dell’attuale presidente del Consiglio, stimata a diversi punti percentuale in più a quella di Italia Viva. Una posizione netta che ha costretto nei fatti l’ex presidente del Consiglio all’ennesima “giravolta spaziale” e che certo non aumenta l’appeal di Italia Viva che continua ad essere stimata, invece, al di sotto del 3%. Insomma l’ex segretario del PD questa volta ha sbagliato strategia e il suo ruolo ne esce piuttosto ridimensionato. E questo non va affatto bene per uno che conta sul sostegno del governo italiano per sedere sulla sedia della segreteria generale della Nato.