Diego e i suoi fratelli: una lunga storia d’amore

di Giuseppe Mariconda

“CUANDO DIEGO NACIO’, DIOS LE PUSO LA MANO EN LA ESPALDA E Y LE DIJO: TU’ JUGARÀS AL FUTOBOL”

“Quando nacque Diego il Padreterno gli mise la mano sulla spalla e gli disse: tu giocherai a pallone”. Raul Maradona, detto Lalo, di sei anni più giovane di Diego,

è a Granada, sintetizza così il talento del fratello fresco vincitore del primo scudetto nella storia del Napoli. Siamo nel 1987, a passeggio nell’Alhambra, una delle sette meraviglie del modo, da qualche anno patrimonio dell’Umanità. Nella città andalusa tra le montagne della Sierra Nevada, è arrivato da poco. Allenato da Joaquin Peirò (indimenticata ala destra spagnola che consegnò all’Inter di Herrera una Coppa dei Campioni) tenta senza grossa fortuna di seguire le orme del fratello nel calcio europeo. Durerà poco, solo qualche mese, poi tornerà oltre oceano.

Stessa storia per Hugo, 9 anni di differenza con Diego, che sbarcherà a Napoli dopo un “mundialito” per finire poi ad Ascoli, agli ordini di Ilario Castagner, allenatore consegnato alla storia del calcio alla guida di un Perugia imbattuto nell’intero campionato1978/79. Una dozzina di partite nessun gol e rientro in Sudamerica passando per la Spagna e poi per il Giappone. Da calciatore. Poi un tentativo di allenatore. Oggi, trapiantato in Italia, proprio nel napoletano, organizzatore di tornei di calcio.

Era stato proprio Diego a parlarmi, con ovvio affetto ma anche grande entusiasmo, dei due fratelli: Lalo era considerato dai tecnici e dallo stesso Diego addirittura più tecnico e forse più forte, ma non aveva avuto il carattere e la determinazione necessaria. Ero già stato a Granada ma avevo inutilmente tentato di parlargli. Tornato a Napoli dissi a Diego della mia idea: riunire idealmente i tre fratelli Maradona, con un documentario per la rubrica sportiva del Tg2. Avevo già realizzato, con le immagini di Massimo Campili e di Pino Castronuovo ed il montaggio di Pietro Centomani, un documentario sulla storia della città e della società di calcio.  “Sessant’anni del Napoli: da Sallustro a Maradona”, che anticipava (augurandola…) la vittoria del primo scudetto. Maradona disse: ci vediamo domani. E il giorno dopo annunciò: Lalo ti aspetta. Due pomeriggi a parlare dei ragazzi del barrio Villa Fiorita a Buenos Aires, dei sogni, dei desideri realizzati e quelli ancora da realizzare. Uno su tutti: giocare insieme a Diego ed Hugo in una partita. Questa clausola era stata inserita nel contratto di trasferimento a Granada di Lalo.

E dopo la vittoria dello scudetto a Napoli eccola concretizzarsi: profittando di una pausa del campionato per la nazionale italiana, Corrado Ferlaino concede il nulla osta ed il 16 novembre1987 i tre Maradona vestono la stessa maglia: bianco e rossa del Granada contro il Malmo, allenato dall’allora giovane Roy Hodgson. Diego indossa la numero nove per lasciare la 10 all’ospite ( che cosa si fa per un fratello…) e segnano tutti e due, naturalmente Diego su calcio di punizione. Un colpo simile a quello che l’ha consegnato all’affetto definitivo dei tifosi del Napoli: il gol a Tacconi per una vittoria di misura sulla Juventus. Un tocco magico con il portiere bianconero ( e titolare in nazionale) che resta di sasso. Un rete “storica” ( una delle tante…) che gli stessi dirigenti torinesi hanno voluto mostrare proprio nel suo ricordo.

Impossibile citare tutte le reti realizzate da Diego a Napoli, a Barcellona, con la nazionale argentina. In molti hanno ricordato le due contro l’Inghilterra, quella con la mano “de Dios” e quella celebrata come la più bella mai realizzata su un campo di calcio. Lo scrittore Maurizio de Giovanni ha dedicato un racconto a quei sessanta metri di corsa, cinque dribbling e l’accompagnamento del pallone in rete. Una vittoria dovuta ad un popolo e che andava oltre l’aspetto sportivo. Era l’epoca della guerra per le Malvine o le Falkland proprio tra inglesi ed argentini. E Maradona non ha mai fatto mistero delle sue simpatie oltre il calcio: Fidel Castro ( il destino ha voluto che scomparissero lo stesso triste giorno di novembre…) Chavez, Maduro. Con l’immagine del Che tatuata e contro Bush per la guerra in Iraq. Scelte non tanto di carattere politico quanto dettate dalla sua infinita bontà: era sempre dalla parte degli umili, dei diseredati, dei poveri, degli emarginati. Anche a Napoli. Certo c’é anche chi racconta dei suoi rapporti con personaggi a dir poco “opachi”, ma è difficile se non impossibile selezionare, fare una scelta per chi non può muovere un passo senza essere circondato da decide e decine di persone di tutte le classi sociali. Ricordo che un pomeriggio, avendo bisogno di un dentista, lo accompagnarono lontano da Napoli, a Giugliano (una quindicina di chilometri a nord del capoluogo) da un odontoiatra, Antonio Agliata, già amico di un altro grande calciatore argentino: Ramon Diaz. Nel giro di qualche minuto si diffuse la voce della sua presenza e il palazzo fu circondato da centinaia e centinaia di persone che volevano vederlo, toccarlo, festeggiare con lui. Fu costretto a passare dalla finestra in un altro appartamento ed uscire dal retro dell’edificio. Ho sempre sostenuto che il suo momento maggiore di libertà era sul campo: quando si ritrovava circondato (e marcato…) da soli quattro cinque avversari. Un personaggio straordinario che partito dalla periferia povera di Buenos Aires era salito in cima al mondo. Del calcio, certo. Ma non solo. E proprio nel momento in cui aveva regalato ad una intera città il sogno più bello, nel calcio, formulai la mia “solita” domanda provocatoria: “Che cosa si prova ad essere in vetta alla classifica del campionato di calcio in una città che non è ai vertici della società civile?” Ricordo ancora con grande simpatia la sua risposta: “Sono stato chiamato qua e son venuto con entusiasmo per vincere. E ci sono riuscito. Sul campo. Spetta ad altri operare altrettanto bene su altri terreni”.

Maradona arrivò a Napoli dopo il terremoto di cui si è ricordato in settimana il quarantesimo anniversario, e gli appalti per la ricostruzione avevano accentuato la guerra di camorra, già scatenata dal traffico di droga, che andava sostituendosi a quello delle sigarette. Una stagione difficile per Napoli, una città allo sbando. Le vittorie di Maradona contribuirono a dare una immagine diversa almeno sul piano sportivo. Poi la crisi al settimo anno di convivenza. Quel triste 17 marzo 1991, la partita con il Bari, le analisi, la cocaina, la squalifica, la disperazione, la fuga di notte.

La nuova stagione e la rivincita, iniziata nel calcio, sembrava riflettersi anche sulla città: due anni dopo con l’elezione a sindaco di Antonio Bassolino, una sorta di “Maradona della politica”, il G7 (una sorta di scudetto, ma internazionale) e il nuovo “rinascimento”. Tante speranze, tante illusioni. Anche queste durate circa sette anni. Poi incomprensioni, qualche colpo proibito, un poco di fuoco amico e Napoli è stata ricacciata negli antichi limiti e nell’atavica inefficienza. Ma, nonostante tutto, con Napoli sempre nel cuore, come per tanti napoletani “Maradona sempre nel cuore”.