Oltre gli orrori dell’olocausto: Liliana Segre, una donna di ferro ma dal cuore d’oro

di Camilla Giordano

“Sono stata una bambina espulsa dalla scuola, sono stata una clandestina con i documenti falsi, sono stata una richiedente asilo poi respinta dalla Svizzera. Poi sono stata carcerata, ho conosciuto la deportazione e nella deportazione sono stata

operaia-schiava, poi ho conosciuto di nuovo la libertà. Sono una testimone che incontra la gioventù, che è la speranza del nostro futuro”. Liliana Segre, sopravvissuta all’Olocausto, nella vita è stata molte cose. Nata a Milano il 10 settembre 1930, cresce con il padre Alberto e i nonni paterni, Olga e Giuseppe, in una famiglia ebrea laica italiana. Una famiglia milanese come tante, puntualizza sempre lei, la cui normalità viene scossa un giorno del 1938. È il 5 settembre quando il governo

fascista sancisce per decreto regio l’espulsione dalle scuole di insegnanti e alunni ebrei. “In quell’estate del 1938 io c’ero, con i miei otto anni così semplici, a quella tavola affettuosa in cui mi veniva detto che ero stata espulsa dalla scuola – ha raccontato in seguito – E quel ‘perché’ che mi è venuto spontaneo in quel momento lo posso ripetere anche adesso. Era difficile dare una motivazione, perché la mia colpa era quella di essere nata”.

Dopo l’espulsione, Segre frequenta la scuola delle Marcelline, in piazza Tommaseo, a Milano, fino alla prima media. Viene anche battezzata, nella speranza che questo possa salvarla dalla discriminazione, ma “fino all’ultimo nessuno pensava che ci sarebbe successo qualcosa di male. ‘No, non a noi – diceva il nonno – Se vengono a prendermi, gli faccio vedere la targa della Croce Verde milanese”, di cui era uno dei fondatori. Con la caduta del fascismo e l’istituzione della Rsi, nel Nord Italia la situazione precipita e Alberto Segre si decide a partire, come i parenti gli consigliavano da tempo. Padre e figlia passano il confine con la Svizzera, ad Arzo, dove la gente del posto li accoglie nell’indifferenza e persone senza scrupoli si approfittano della loro situazione: “Loschi figuri, italiani, nostri fratelli – ha raccontato lei – che in tutte le epoche hanno sempre fatto affari, perché c’è sempre qualcuno che fugge, che cerca una vita migliore, che fugge dal pericolo che ha alle spalle”. I documenti pagati dal padre “una cifra enorme” non funzionano né per loro né per i nonni paterni che, anziani e malati, erano rimasti a casa: Olga e Pippo vengono arrestati il 18 maggio 1944, deportati ed uccisi al loro arrivo ad Auschwitz, il 30 giugno dello stesso anno.

Alberto e Liliana vengono respinti alla frontiera, insieme ai cugini, e rimandati indietro. Saranno arrestati a Salvetta di Viggiù dalla Milizia confinaria fascista l’8 dicembre 1943, e poi separati. Per quaranta giorni “finii tutta sola prima al carcere femminile di Varese, poi in quello di Como. Immagini la gioia quando mi riunirono a mio padre a San Vittore. Cella 202, quinto raggio. L’ultima casa che abbiamo avuto”. È il 30 gennaio 1944 quando Liliana Segre viene deportata dal binario 21 della stazione di Milano Centrale per “destinazione ignota”. Ha tredici anni. Dopo sette giorni di un “viaggio disumano” raggiunge il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, dove viene subito separata dal padre, che non rivedrà mai più e che sarebbe morto il successivo 27 aprile. “Eravamo in 605 sul convoglio che raggiunse Auschwitz il 6 febbraio. Per oltre la metà donne. Fummo scelti per la vita in 128: 31 donne e 97 uomini”. Marchiata con il numero 75190 sul braccio, viene selezionata come operaia-schiava nella fabbrica di munizioni Union, che apparteneva alla Siemens e che si trovava nei pressi del campo. Ad Auschwitz, però, Liliana rifiuta la disumanità e l’indifferenza: “Dicevo, voglio vivere! E per scegliere la vita inventai un escamotage. Scelsi di non essere lì, anche se era vero che morivo di fame, di freddo, di botte, che ero in realtà sola e profondamente disperata e triste, ecco io sceglievo di essere quella di prima, mi vedevo correre in un prato, su una spiaggia a fare il bagno, nella mia casa di allora, io che mi ero identificata con una stellina che vedevo lì nel cielo. E dicevo ‘Io sarò viva finché quella stellina brillerà e quella stellina brillerà finché sarò viva’”.

La liberazione, un anno più tardi, sarebbe stata estenuante, dal momento che i tedeschi, messi sotto pressione dall’avanzata dei sovietici nei territori del Reich, fanno saltare in aria camere a gas e forni e costringono i prigionieri a quella che più tardi sarebbe diventata tristemente nota come ‘marcia della morte’, un esodo forzato che coinvolse oltre 50mila persone per centinaia di chilometri. La fine della prigionia arriva il primo maggio dello stesso anno: “Fu un’esperienza di gioia incontenibile – ha raccontato Segre – Era come festeggiare la vita dopo anni di morte”. In quei momenti concitati, il comandante del lager perde la pistola, che cade ai piedi di Liliana. Lei pensa di prenderla e sparare ma alla fine non riesce: “Meglio altre cento volte vittima che una sola carnefice. Da quel momento sono stata libera”. Tornata a vivere con gli zii in Italia, è stato difficile tornare alla vita, per lei che si sentiva “un animale ferito”. Un aiuto arriva anche dal marito, Alfredo Belli Paci, uno dei 600mila militari italiani che non avevano aderito alla Repubblica Sociale e che furono internati in Germania. Ma è soltanto quando diventa nonna, che Liliana Segre trova la forza di parlare di quello che le è capitato. È il 1990 e come interlocutori sceglie quelli che le vengono più naturali, i ragazzi delle scuole, suoi “nipoti ideali”, come le piace chiamarli. “Quello che conta è far passare un messaggio d’amore, forza, speranza – ripete spesso ai ragazzi – Fate la scelta, non lasciatela fare a chi urla più forte”.

Grazie anche a questo impegno, il 19 gennaio 2018, sotto la presidenza Mattarella, Liliana Segre viene nominata senatrice a vita “per aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”. “Ma dentro di me, io sono sempre quella bambina, scacciata dalla scuola di via Ruffini, a Milano, la scuola pubblica che frequentavo – ha commentato lei – L’unica della classe, espulsa dalla scuola. Vedermi com’ero allora, quando passavo da via Ruffini – la porta per me era chiusa, mentre le altre bambine potevano entrare – devo dire la verità: mi ha fatto un certo effetto entrare dalla porta aperta del Senato”. La sua attività di impegno civile e sociale continua nonostante le minacce ricevute online, a causa delle quali nel novembre 2019 il prefetto di Milano le ha assegnato la scorta. “Continuerò, finché avrò forza, a raccontare ai giovani l’orrore della Shoah, la follia del razzismo, la barbarie della discriminazione e della predicazione dell’odio. L’ho sempre fatto, non dimenticando e non perdonando, ma senza odio e spirito di vendetta. Sono una donna di pace e una donna libera, e la prima libertà è quella dall’odio”.