Crisi globale: economia e scienza economica, si è tentato di cambiare il mondo. Sbagliando

di Pierangelo Dacrema

Ha fatto bene Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato tecnico scientifico istituito presso la Protezione civile, a sottolineare come si stia vivendo non tanto un’emergenza sanitaria quanto una crisi globale,

con rilevanti aspetti sociali, politici ed economici. Che l’economia sia in affanno è sotto gli occhi di tutti. E il motivo per cui ci si trova privi di un antidoto efficace contro crisi economiche ricorrenti, a prescindere dalla loro causa, merita oggi più che mai una riflessione di ordine generale. L’economia è sempre esistita. Il fatto economico era noto in tutta la sua crucialità ben prima che diventasse oggetto di uno studio consapevole.

Ma la ragione per cui la scienza dell’economia è nata dopo tante altre scienze ci procura di per sé qualche preziosa indicazione. Non è casuale che tutte le discipline scientifiche abbiano trovato nella filosofia la loro fonte originaria. Il pensiero filosofico per primo ha cominciato a strappare qualche lembo di conoscenza a un tutto avvolto nel mistero, e ha così provveduto a coltivare campi d’indagine sempre più fertili e distinti. La fisica si è resa autonoma dalla metafisica, e da altrettanto orgogliose dichiarazioni d’indipendenza sono sorte la biologia, la medicina, l’astronomia, e così via. Non sorprende pertanto che la responsabilità di concepire una scienza economica se la siano assunta le riflessioni di un filosofo come Adam Smith, autore nella seconda metà del Settecento di un testo basilare come l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni.

È così che, a un certo punto, un argomento “vecchio” come l’economia – così generale e generico, tanto indissolubile dalla quotidianità di chiunque da apparire quasi irrilevante – è diventato una scienza “giovane”. E anche difficile.

Un problema vecchio come il mondo è diventato oggetto di una scienza nuova con l’ambizione di voler cambiare il mondo.

Nei momenti di crisi non si può fare a meno di pensare che siano stati commessi errori più o meno gravi, che si sia agito in modo sbagliato, che l’economia sia stata non solo male realizzata, ma anche male insegnata. A questo proposito, reputo che sia stato un peccato non veniale aver diffuso, soprattutto in questi ultimi decenni, un’idea fuorviante della disciplina economica come quella di una scienza piena di numeri da governare, di variabili da ricondurre a grafici improbabili, di grandezze da incapsulare in equazioni impossibili. Il punto di partenza di qualsiasi discorso sull’economia è invece molto più semplice e realistico, e ha a che vedere con il fatto che gli uomini hanno cominciato a sentirsi tali quando hanno deciso di distinguersi e separarsi da qualsiasi altro animale.

La speciale intensità di vita dell’umanità le ha procurato anche una maggiore varietà delle emozioni, dei gradi della gioia e del dolore. La possibilità di godere di stati d’animo così contrastanti, dipende infatti anche dallo stato dell’economia. La quale attenua o risolve i problemi della carne, e consente di concentrarsi su quelli dello spirito. Si placano certe pulsioni, si accendono altre passioni. La conquista di qualche sicurezza nella vita materiale diventa il biglietto d’ingresso nel labirinto della vita emotiva. Vero e proprio ponte tra le cose dell’anima e quelle della materia, l’economia è stata mezzo di progresso spirituale nel senso più oggettivo del termine. Su di un uomo abbruttito, affamato, incombono esigenze prioritarie, inevitabilmente prevalenti. Affrancandosi dal bisogno di predare e di uccidere i propri simili – scegliendo di far dipendere la loro sopravvivenza da un sistema di gesti premeditati e convenienti per un’intera comunità – gli uomini hanno accudito i loro corpi, ma hanno coltivato anche la loro mente.

Il problema economico centrale, detto in due parole, si riassume nelle necessità della promozione del più alto numero di gesti utili e intelligenti sul piano individuale e collettivo (la cosiddetta massimizzazione della produzione) nonché nella distribuzione più equa possibile dei vantaggi che possono derivarne. Se l’enunciazione dell’obiettivo è facile, lo è molto meno il suo concreto perseguimento. Se la fisica ci ha permesso di portare un razzo sulla luna e la meccanica ci ha messo a disposizione motori sempre più potenti e sicuri, la scienza dell’economia avrebbe dovuto provvedere alla costruzione di sistemi economici più produttivi, più e resistenti, meno soggetti a crisi. In altre parole, avrebbe dovuto aiutarci a vivere meglio, a godere di un’esistenza più gradevole e meno afflitta da preoccupazioni di ordine materiale. Ciò che, in una certa misura, si può dire che essa sia riuscita a fare. Ma possiamo paragonare il successo che abbiamo ottenuto nel far funzionare un qualunque motore, anche sul piano della sua affidabilità, a quello che ci è dato di riscontrare nel funzionamento della nostra economia? Chiaro come si possa argomentare che il secondo problema è più complicato del primo. Ma altrettanto certo è che da una scienza vera non si può rinunciare a esigere risposte vere, anche le più difficili da dare.

Ci hanno detto e ripetuto che la scienza economica, per suo carattere, non è esatta. Ma sarà vero? Io non escludo che essa nasconda una sua esattezza, una sua propria matematica, solo molto diversa da quella di stampo squisitamente numerico a cui si è sempre voluto ricondurla: estranea alla logica finanziaria a cui continuiamo ad affidarci nonostante si sia rivelata finora così poco risolutiva. Il progresso, anche quello economico, sembra più un destino che una scelta. Ed è un percorso di cui nessuno conosce le tappe e la durata. Quale, in questo quadro, il compito della scienza economica? Quello di rendere un po’ meno accidentata la strada di tutti e, da fedele compagna di viaggio degli uomini, di continuare ad avere fiducia nella loro capacità di fare e di sognare. Perché l’economia non è che la sperimentazione viva, concreta, di quanto si è prima pensato, la realizzazione di ciò a cui sarebbe stato sbagliato rinunciare, di ciò che sarebbe parso un peccato lasciare nel mondo dell’immaginazione. Perché in economia il pensiero è azione.

E’ facile prevedere che di crisi globali possano essercene altre, anche più gravi di questa. Allora la domanda da porsi, più urgente di quanto si possa credere, è la seguente: riuscirà il nostro pensiero a suscitare un’azione finalizzata a un’economia della continuità, della stabilità, coerente con la legittima aspirazione dell’umanità a sfidare l’eternità?