Alberto Manzi e la prima didattica a distanza. Ma oggi la DAD significa emergenza

di Letterio Licordari

Sessanta anni fa, il 15 novembre 1960, la Rai, che allora deteneva il monopolio delle trasmissioni radiotelevisive e che aveva un solo canale tv (la seconda rete partì il 4 novembre

1961), mandò in onda la prima puntata di un programma che divenne da subito uno strumento molto importante nella lotta all’analfabetismo in Italia. Non dimentichiamo che dalla fine della seconda guerra mondiale al 1960 erano trascorsi quindici difficili anni per riesumare le macerie e riavviare quell’Italia che da un paio di stagioni stava vivendo la prima fase del “miracolo economico”, ma il tasso di analfabetismo nazionale era pari all’8,3%,

con sensibili disparità tra nord, centro, sud e isole, ma decisamente ridotto rispetto ai dati del 1861, appena intervenuta l’unità d’Italia (77,7%), e c’erano molti adulti, oltre ai ragazzi che abbandonavano prematuramente la scuola o non vi andavano affatto, non in grado di scrivere il proprio nome o di leggere una lettera o l’insegna di un esercizio. Si trattava di un programma ideato dal Ministero della Pubblica Istruzione e immediatamente recepito dalla Rai, che venne affidato a un maestro di scuola elementare, Alberto Manzi, e che oggi possiamo definire il primo esempio di didattica a distanza in Italia (che, peraltro, venne “esportato” in ben 72 Paesi di tutti i continenti) . “Non è mai troppo tardi” ebbe un importante ruolo sociale ed educativo e contribuì all’unificazione culturale permettendo a molti di potersi esprimere nella lingua italiana, abbassando in misura non trascurabile il tasso di analfabetismo dell’epoca, che già nel 1970 risultò ridotto al 5,2%. Attraverso queste lezioni, che si tenevano prima dell’ora di cena e rivolte ad una classe “virtuale”, fino al 1968, riuscirono a conseguire la licenza elementare quasi un milione e mezzo di persone adulte.

La figura di Alberto Manzi era accattivante e rassicurante e in molti lo ricordiamo mentre utilizzava un carboncino per scrivere e disegnare su fogli mobili montati su un cavalletto, nonchè una lavagna luminosa (avveniristica per quei tempi). Manzi, che era un insegnante statale, continuò a percepire solo lo stipendio, incassando dalla Rai solo un contributo di 2.000 lire per “rimborso camicia”, considerato che il gessetto nero sporcava non poco.

Altri tempi. Oggi, e sembrerà strano, gli analfabeti non sono del tutto scomparsi e, se è vero che in Italia – secondo un’indagine dell’Istituto Carlo Cattaneo per conto della Fondazione Feltrinelli – il tasso si è ridotto all’1,4%, c’è da considerare un dato non certo positivo, costituito dal 30% di persone di età compresa tra i 25 e i 65 anni con limitazioni nella comprensione, lettura e calcolo. Una situazione che, su scala mondiale, colloca il nostro Paese tra gli ultimi, appena sopra la Turchia e il Cile. Oggi, invece, stiamo vivendo una nuova stagione, forzata, di didattica a distanza, a causa delle restrizioni imposte per fronteggiare i contagi dal Coronavirus. Un diverso approccio all’insegnamento, sia per i docenti che per gli allievi, che ha generato e continua a generare discussioni sulla validità di tale operatività. Abbiamo fatto appena in tempo, dopo le restrizioni primaverili, a vedere gli alunni delle superiori sostenere la maturità “in presenza”, ma abbiamo pure assistito a fredde sedute di “laurea online” che hanno anche dissacrato la ritualità del conseguimento del titolo accademico, ovviamente senza nulla togliere alla sostanza. Non tutti sono risultati essere preparati, sotto ogni aspetto, a questo modello definito DAD (e meno male che almeno in questo caso non sono stati usati termini anglosassoni), ma ci sono carenze di rete internet su non poche aree del Paese, mancata propensione all’innovazione, impossibilità – a causa di difficoltà economiche – per molte famiglie di disporre di un dispositivo per seguire i corsi a distanza al punto che le disparità sociali presenti in passato possono reiterarsi partendo dal parametro di disponibilità dei dispositivi, indicatore della forbice socio-economica delle famiglie italiane, generando disuguaglianze decisamente diseducative per la società del presente e del futuro.

La stessa Rai (Rai Educational), ma in epoca più recente (2014) aveva avviato una serie di programmi riguardanti l’alfabetizzazione informatica dal titolo “Non è m@i troppo tardi”, ricollegandosi attraverso il titolo alle note lezioni di Manzi. La tv di Stato, peraltro, attraverso i canali “Scuola” e “Storia” e altri del progetto Rai-Educational, ha fornito e fornisce un importante complemento all’istruzione. In effetti, in Italia, per quanto attiene all’alfabetizzazione informatica siamo in ritardo e di questo argomento si è spesso solo parlato: oggi diventa una necessità da affrontare in emergenza, ma ci auguriamo che non lo sia al più presto solo per la scuola “tradizionale”, essendo irrinunciabile (salvo Covid, non salvo intese…) il rapporto umano tra docente e studenti, tra studenti e studenti, con l’obiettivo di recuperare quei gap messi in evidenza dall’indagine dell’Istituto Carlo Cattaneo e riportare il Paese a livelli che sono più consoni per storia e cultura.

Anche perché, come si legge nella relazione all’indagine sopra citata, “una bassa scolarizzazione determina costi a livello individuale: esclusione sociale, insicurezza, mancanza di autonomia, precarietà” con “i costi sociali propriamente definiti: scarsa partecipazione al processo democratico, criminalità, maggior spesa per la salute e i costi economici: livello di sviluppo limitato, bassa propensione all’innovazione, scarsa produttività”.Passata la tempesta del Covid bisognerà riprendere in mano il mondo della scuola e dell’università, abbandonato per via della politica semplicistica e demagogica dei costi “secchi” e della quasi-inutilità degli investimenti (un po’ come avvenuto nel campo della sanità), con conseguente mortificazione della classe insegnante e con ritorni pericolosi sugli allievi, sui quali il distanziamento potrebbe far nascere o consolidare tendenze all’egoismo e al rifiuto della convivenza sociale. Passata la tempesta del Covid…ma sarebbe opportuno farlo al più presto: dopo, in ogni caso,  bisognerà comunque mettersi in testa che “non è mai troppo tardi”.